DIALOGHI COL FIGLIO

Premessa alla terza edizione
Una avvertenza da dare subito a chi si accosta a questo piccolo libro è quella che riguarda l'età del figlio con cui si parla. Un'età che varia, dall'adolescenzaa quella del giovane adulto che ha già studiato e letto molto. Che apprende e si lascia guidare, all'inizio, ma che cita, più tardi, Hofstadter e Musil. Che chiede al padre ma che rilancia in avanti, sempre, il suo ragionamento: con la franchezza di chi è immune da qualsiasi tipo di condizionamento, all'inizio, e con l'orgoglio innocente, più tardi, di chi studia con l'entusiasmo della giovinezza.
Fatta questa precisazione, la domanda successiva è quasi ovvia. C'è qualcosa di valido ancora oggi, nei dialoghi che un padre intratteneva venti anni fa con un figlio sui temi che erano un tempo quelli della filosofia? Parlando, cioè, di etica e di estetica, di metafisica e di conoscenza (o di gnoseologia)?
Lo dico con una certa tristezza, la risposta a questa domanda è sì. Più ci penso e più mi rendo conto del fatto per cui quelli che abbiamo vissuto e continuiamo a vivere con internet e con i media di oggi è un tempo in cui l'énfasi posta sempre di più sull'arte del comunicare, sul bisogno di farlo in modo sempre più rapido ed essenziale, ha portato ad una qualche forma di afasia della ragione. Ad una cultura sempre più rinchiusa in ghetti di specialismo irraggiungibile e sempre più lontana dalla capacità di interrogarsi sui grandi temi. Dove quelle che tengono banco sono le semplificazioni terribili dei politici più spregiudicati e dei religiosi più settarii. Islamici, battisti (quelli di Bush junior), anglicani o cattolici (quelli dei Dico e della legge sulla fecondazione assistita).
Osservato da questo punto di vista, il libro che oggi mi si propone di ripubblicare è un libro controtendenza. Fuori tempo. Che può sembrare datato, di un'altra epoca, interessato com'è al ragionamento e al piacere del ragionamento. Attento alle distinzioni. Centrato sulla parola e sul suo valore semantico. Lento quel tanto che basta per dare contro della fatica e del dolore (da Bion a Gadda) del pensiero e della conoscenza. Felice quel tanto che basta per dare conto della più straordinaria delle scoperte che si fanno vivendo. L'uomo invecchia e muore, infatti, ma quelle che non muoiono sono le idee che ha maturato. Purchè sia riuscito a dire a qualcun altro. A qualcuno che gli sia o voglia essergli figlio.
Dire di sé, della propria storia e delle proprie riflessioni da una generazione all'altra è il modo in cui ognuno di noi può partecipare alla vita di quello che Jacques Attali chiama "lo spirito del mondo". La fortuna di quelli che sanno accettare l'idea di essere comunque dei figli è quella di non ripartire da zero. Conoscere il mondo che si distende leggero intorno a noi ed entrare in contatto con quello fantastico e confuso che abbiamo dentro di noi sono bisogni profondi. La guida offerta dal pensiero di chi ci ha preceduto può essere importante per andar loro incontro avendone meno paura. Senza farci sommergere dalla superficialità contraddittoria dei troppi messaggi che circolano su di noi e intorno a noi. Nel tempo in cui può davvero accadere all'uomo di avere insieme un numero incredibile di informazioni e un disinteresse altrettanto incredibile per il sapere.

Saturnia, 8 Aprile 2007