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Schiavo delle mie brame: riflessioni per il lavoro
quotidiano
Ho letto tutto d’un fiato questo ultimo libro
di Luigi Cancrini (già questa è per me una novità);
dopo aver chiuso il volume, mi sento di proporre
alcune riflessioni che metto a disposizione di chi
avrà la pazienza di leggerle; non si vuole qui
discutere in modo organico dei vari argomenti
proposti, quanto cercare di cogliere il senso
complessivo, lo spirito con cui è stato costruito,
il significato che può rappresentare per chi fa un
lavoro quotidiano secondo me bello quanto difficile
e faticoso; a questo scopo, mi pare doveroso un
ringraziamento all’autore per quello che considero
un regalo: il regalo dell’esperienza di una vita: mi
pare che questo sia il testo della sua maturità,
nella quale, oltre i contenuti, ha importanza, come
vedremo, anche il racconto stesso, con le sue
modalità, le sue storie, i suoi spunti di volta in
volta punto di partenza per riflessioni
sistematiche; un regalo, per chiudere qui questo
aspetto, indirettamente dovuto ad un’altra persona,
cui il testo è dedicato, della quale molti operatori
del nostro settore dovranno, con fatica, imparare a
fare a meno nel futuro.
Un primo elemento di riflessione riguarda la
continuità, nel pensiero di Luigi, entro cui si
colloca il testo: il punto di partenza è pur sempre,
in termini organizzativi, la riflessione sulle
corrispondenze tra “emergenza sintomatica” e momento
della storia personale e, ancor più, del ciclo
vitale di ciascuna persona in difficoltà.
Difficoltà che appare riduttivo declinare
esclusivamente sull’asse I del DSM IV; credo
appropriata, in generale, la considerazione in base
alla quale è più utile riferirsi all’asse II, ai
tratti del carattere, ad una dimensione
longitudinale, diacronica che restituisca dignità al
concetto di tempo e ad un lavoro di decodifica assai
più difficile e faticoso, ma senz’altro più
produttivo nel lungo periodo: è fin troppo facile,
secondo me, cogliere il rischio, lavorando solo nel
primo dei due modi proposti, di colludere con un
quadro clinico il cui tratto saliente è l’angoscioso
“consumo della vita” da cui è completamente esclusa
una dimensione temporale tollerata con serenità e
spirito costruttivo.
In questa prospettiva, un elemento di novità
degno di nota è la rivisitazione originale del
disturbo borderline di personalità.
Mi preme qui ricordare preliminarmente la
traiettoria che questo termine ha percorso
nell’universo dei disturbi di personalità: da
“pattumiera” in cui finivano tutte le situazioni non
definite dalle altre categorie diagnostiche
(liquidate storicamente in senso defettuale: né
nevrosi, né psicosi), il disturbo borderline si è
andato progressivamente connotando per una serie di
caratteristiche proprie, in parte riassunte in
“Schiavo delle mie brame”: l’impulsività, la visione
estrema, scissa e quindi “caricaturale” della
propria esperienza, delle persone significative e,
in fondo, della vita, l’angoscia esistenziale
conseguente alla percezione di un vuoto incolmabile.
Ciò che arricchisce qui di nuovi significati
questo termine è secondo me riassunto nel termine
“oceano borderline”, che si presta a due ordini di
considerazioni: in primo luogo, l’ampiezza, sul
piano epidemiologico di questo aspetto della
psicopatologia, ma soprattutto, in secondo luogo, la
possibilità di definire, più che un quadro, una
soglia di
attivazione, sulla base del funzionamento più o
meno marcato di meccanismi difensivi primitivi,
soprattutto in fasi critiche della vita: questa
considerazione riveste una importanza fondamentale
nel lavoro psicoterapeutico ancora una volta,
secondo me, per
due ordini di motivi: da un lato assume particolare
rilevanza la competenza professionale dell’operatore
(oltretutto, con il ragionamento così impostato, non
estraneo alla sperimentazione “di persona”, in
circostanze particolari, di un meccanismo di
funzionamento borderline) che permetta di
riconoscere un quadro clinico capace di coinvolgerlo
in sentimenti forti, con tutte le implicazioni,
nella diagnosi, degli aspetti controtransefrali
conseguenti; dall’altro, in un lavoro routinario
spesso pesante sul piano della relazione
interpersonale (relazione fatta di strappi continui,
di oscillazioni difficili da reggere, ben descritte
nel testo, tra squalifiche terribili e altrettanto
terribili “santificazioni” dell’operatore), la
convinzione che, in una prospettiva di lungo
periodo, la situazione clinica potrà essere
radicalmente diversa, permette potenzialmente una
migliore distanza terapeutica e, in definitiva, un
maggiore ottimismo.
In questa direzione si colloca a mio avviso
anche la sottolineatura, più volte fatta, del
“piccolo naufrago” che esiste in ciascuna persona
“alla deriva”: questa descrizione, per me molto
convincente, risulta complementare alla metafora
dell’oceano, ed assume valore da diversi punti di
vista: la proposta di una parte positiva in ciascuna
persona (e le risonanze che questa proposta evocano
in ciascuno di noi) permette, come si diceva, di
guardare con più ottimismo alle situazioni cliniche
anche nei momenti più difficili; in più, il lavoro
quotidiano si arricchisce di un nuovo significato:
quello di riconoscerlo, il piccolo naufrago, e di
restituirne l’immagine così riletta, ad una persona
che non è assolutamente in grado di vederla, immerso
com’è in una dimensione atemporale, appiattita su un
modello di vita e di relazioni il cui unico tratto
comune di identità è l’uso di sostanze psicoattive
(o di comportamenti equivalenti; mi piace
sottolineare qui la sfida proposta da Luigi nella
sua articolata riflessione sulla vita e sulla
parabola di Benito Mussolini: trovo assolutamente
utile ricondurre comportamenti così diversi ad un
unico punto di vista: quello di una persona in
difficoltà che utilizza dei meccanismi difensivi
progressivamente distruttivi e, di conseguenza, una
modalità di lavoro, quello psicoterapeutico, utile
nel capire e, conseguentemente, nel “curare”, nel
“prendersi cura” di tutte queste situazioni); io
credo che vedere insieme, operatore e persona in
difficoltà, questa immagine possa costituire una
tappa fondamentale del lavoro, indipendentemente dal
tempo necessario per portare a termine questa
operazione.
A complemento di questa analisi mi preme
sottolineare un altro aspetto, non sempre
appropriatamente considerato: il valore dell’empatia
nelle relazioni interpersonali: l’operatore, nella
professionalità cui sopra si accennava, dovrebbe
secondo me comprendere questo aspetto che,
correttamente utilizzato, e condiviso con chi a lui
si rivolge, può diventare uno strumento fondamentale
soprattutto nelle situazioni cliniche più gravi.
Tornando più direttamente alle considerazioni
(e alle emozioni) che la lettura mi ha evocato, mi
pare rilevante riferirsi, nel proporre concetti
talvolta complessi, alle storie concrete di persone,
seguite nei momenti dell’approccio, della lunga,
sofferta e ambivalente fase di equilibrio, nella
crisi, con una ulteriore, evidente conseguenza: la
già rilevata sostanziale equivalenza, sul piano
della psicopatologia sottostante, di un
comportamento legato all’uso di droghe, rispetto ad
altri in cui le droghe non c’entrano. In più, appare
riduttiva, in questa ottica, anche la individuazione
di una specifica nosografia per un comportamento,
quello tossicomanico, che rappresenta in ogni caso
un epifenomeno di un disagio esistenziale che
dovrebbe essere preliminarmente e correttamente
individuato. In altri termini, l’equivalenza
tossicomania – malattia, se risulta potenzialmente
utile nell’immediato (esistono farmaci in grado di
rispondere
immediatamente a questa logica), rischia di
fuorviare per un periodo più o meno lungo da un
sentiero terapeutico che, per quanto spesso stretto
e tortuoso (talvolta nemmeno ben visibile), ha
necessità di altri e più complessi livelli di
comprensione.
L’unico elemento su cui, dalla lettura del
libro, mi deriva qualche perplessità (per certi
versi paradossale rispetto a quanto appena detto)
riguarda proprio l’analisi, condotta in due distinti
momenti del testo, del metadone: se è pienamente
condivisibile il rischio di un suo utilizzo, nella
dipendenza da oppiacei, con il significato di una
semplificante panacea, non può essere trascurato il
valore di una sostanza le cui caratteristiche
farmacocinetiche e soprattutto farmacodinamiche
permettono il perseguimento di obiettivi diversi:
-
assaporare, da parte di un tossicomane la cui vita è
diventata un inferno fatto di giorni uguali,
vorticosi e insignificanti, il valore del
fermarsi,
del ritrovare un accettabile ritmo sonno veglia,
dell’ascoltare (e riconoscere) un’altra persona che
ti parla, che ti propone qualche piccola soluzione
per i problemi immediati e, via via, più
impegnativi, dell’accorgersi dell’esistenza di un
mondo più complesso (e più complicato), del
ricordarsi che esistono persone perse per strada che
possono essere ritrovate;
-
da parte dell’operatore, di costruire uno spazio, ed
un tempo, per una relazione, dapprima precaria, poi
più stabile, entro cui porre le basi per un lavoro
futuro; tempo che non può essere rigidamente
predeterminato, che può essere anche molto lungo, ma
che dev’essere sempre attentamente valutata da un
operatore in grado di valutare la situazione clinica
per una decisione
condivisa
di ogni fase di un percorso di cui il farmaco è un
elemento importante.
Si tratta, in ogni caso, di usare uno
strumento la cui ambivalenza dev’essere sempre
tenuta presente, ma il cui valore non può essere
trascurato; metadone, per di più, che ancora oggi
viene usato come sinonimo del concetto di terapia
farmacologia della tossicodipendenza; senza entrare
troppo in un tema, quello della terapia farmacologia
delle tossicomanie, mi preme qui affermare la
necessità di riconsiderare la materia
alla luce di nuove acquisizioni: ad esempio
la buprenorfina, per le quali può essere previsto
uno spazio specifico anche per altri problemi,
peraltro adombrati nel testo: l’uso di cocaina (e
della sua interpretazione alla luce di un
sottostante disturbo narcisistico di personalità),
che può essere considerata una nuova emergenza, o
anche per l’alcol; quest’ultima sostanza, tuttavia,
propone una serie di riflessioni che, secondo me, la
differenziano in modo sostanziale dal panorama delle
altre sostanze psicoattive, al punto da meritare per
molti versi una trattazione separata.
Tutto questo senza nulla togliere ad un
contributo il cui valore “multiassiale” sta, oltre
che nelle pagine di approfondimento teorico e
categoriale, nell’esperienza vissuta in un lavoro
quotidiano che, dal mio punto di vista, si
arricchisce di nuove potenzialità e di nuove
prospettive.
Paolo E. Dimauro
Responsabile del Dipartimento delle Dipendenze
Azienda USL 8 Arezzo |