Paolo E.di Mauro [Resp.Dip.
Dipendenze Az. USL 8 Arezzo]
"Ho letto tutto d’un fiato
questo ultimo libro di Luigi Cancrini (già
questa è per me una novità); dopo aver
chiuso il volume, mi sento di proporre
alcune riflessioni che metto a disposizione
di chi avrà la pazienza di leggerle; non si
vuole qui discutere in modo organico dei
vari argomenti proposti, quanto cercare di
cogliere il senso complessivo, lo spirito
con cui è stato costruito, il significato
che può rappresentare per chi fa un lavoro
quotidiano secondo me bello quanto difficile
e faticoso; a questo scopo, mi pare doveroso
un ringraziamento all’autore per quello che
considero un regalo: il regalo
dell’esperienza di una vita: mi pare che
questo sia il testo della sua maturità,
nella quale, oltre i contenuti, ha
importanza, come vedremo, anche il racconto
stesso, con le sue modalità, le sue storie,
i suoi spunti di volta in volta punto di
partenza per riflessioni sistematiche; un
regalo, per chiudere qui questo aspetto,
indirettamente dovuto ad un’altra persona,
cui il testo è dedicato, della quale molti
operatori del nostro settore dovranno, con
fatica, imparare a fare a meno nel futuro.
Un primo elemento di riflessione riguarda la
continuità, nel pensiero di Luigi, entro cui
si colloca il testo: il punto di partenza è
pur sempre, in termini organizzativi, la
riflessione sulle corrispondenze tra
“emergenza sintomatica” e momento della
storia personale e, ancor più, del ciclo
vitale di ciascuna persona in difficoltà.
Difficoltà che appare riduttivo declinare
esclusivamente sull’asse I del DSM IV; credo
appropriata, in generale, la considerazione
in base alla quale è più utile riferirsi
all’asse II, ai tratti del carattere, ad una
dimensione longitudinale, diacronica che
restituisca dignità al concetto di tempo e
ad un lavoro di decodifica assai più
difficile e faticoso, ma senz’altro più
produttivo nel lungo periodo: è fin troppo
facile, secondo me, cogliere il rischio,
lavorando solo nel primo dei due modi
proposti, di colludere con un quadro clinico
il cui tratto saliente è l’angoscioso
“consumo della vita” da cui è completamente
esclusa una dimensione temporale tollerata
con serenità e spirito costruttivo. In
questa prospettiva, un elemento di novità
degno di nota è la rivisitazione originale
del disturbo borderline di personalità.
Mi preme
qui ricordare preliminarmente la traiettoria
che questo termine ha percorso nell’universo
dei disturbi di personalità: da “pattumiera”
in cui finivano tutte le situazioni non
definite dalle altre categorie diagnostiche
(liquidate storicamente in senso defettuale:
né nevrosi, né psicosi), il disturbo
borderline si è andato progressivamente
connotando per una serie di caratteristiche
proprie, in parte riassunte in “Schiavo
delle mie brame”: l’impulsività, la visione
estrema, scissa e quindi “caricaturale”
della propria esperienza, delle persone
significative e, in fondo, della vita,
l’angoscia esistenziale conseguente alla
percezione di un vuoto incolmabile. Ciò che
arricchisce qui di nuovi significati questo
termine è secondo me riassunto nel termine
“oceano borderline”, che si presta a due
ordini di considerazioni: in primo luogo,
l’ampiezza, sul piano epidemiologico di
questo aspetto della psicopatologia, ma
soprattutto, in secondo luogo, la
possibilità di definire, più che un quadro,
una soglia di attivazione, sulla base
del funzionamento più o meno marcato di
meccanismi difensivi primitivi, soprattutto
in fasi critiche della vita: questa
considerazione riveste una importanza
fondamentale nel lavoro psicoterapeutico
ancora una volta, secondo me, per due
ordini di motivi: da un lato assume
particolare rilevanza la competenza
professionale dell’operatore (oltretutto,
con il ragionamento così impostato, non
estraneo alla sperimentazione “di persona”,
in circostanze particolari, di un meccanismo
di funzionamento borderline) che permetta di
riconoscere un quadro clinico capace di
coinvolgerlo in sentimenti forti, con tutte
le implicazioni, nella diagnosi, degli
aspetti controtransefrali conseguenti;
dall’altro, in un lavoro routinario spesso
pesante sul piano della relazione
interpersonale (relazione fatta di strappi
continui, di oscillazioni difficili da
reggere, ben descritte nel testo, tra
squalifiche terribili e altrettanto
terribili “santificazioni” dell’operatore),
la convinzione che, in una prospettiva di
lungo periodo, la situazione clinica potrà
essere radicalmente diversa, permette
potenzialmente una migliore distanza
terapeutica e, in definitiva, un maggiore
ottimismo.
In
questa direzione si colloca a mio avviso
anche la sottolineatura, più volte fatta,
del “piccolo naufrago” che esiste in
ciascuna persona “alla deriva”: questa
descrizione, per me molto convincente,
risulta complementare alla metafora
dell’oceano, ed assume valore da diversi
punti di vista: la proposta di una parte
positiva in ciascuna persona (e le risonanze
che questa proposta evocano in ciascuno di
noi) permette, come si diceva, di guardare
con più ottimismo alle situazioni cliniche
anche nei momenti più difficili; in più, il
lavoro quotidiano si arricchisce di un nuovo
significato: quello di riconoscerlo, il
piccolo naufrago, e di restituirne
l’immagine così riletta, ad una persona che
non è assolutamente in grado di vederla,
immerso com’è in una dimensione atemporale,
appiattita su un modello di vita e di
relazioni il cui unico tratto comune di
identità è l’uso di sostanze psicoattive (o
di comportamenti equivalenti; mi piace
sottolineare qui la sfida proposta da Luigi
nella sua articolata riflessione sulla vita
e sulla parabola di Benito Mussolini: trovo
assolutamente utile ricondurre comportamenti
così diversi ad un unico punto di vista:
quello di una persona in difficoltà che
utilizza dei meccanismi difensivi
progressivamente distruttivi e, di
conseguenza, una modalità di lavoro, quello
psicoterapeutico, utile nel capire e,
conseguentemente, nel “curare”, nel
“prendersi cura” di tutte queste
situazioni); io credo che vedere insieme,
operatore e persona in difficoltà, questa
immagine possa costituire una tappa
fondamentale del lavoro, indipendentemente
dal tempo necessario per portare a termine
questa operazione.
A
complemento di questa analisi mi preme
sottolineare un altro aspetto, non sempre
appropriatamente considerato: il valore
dell’empatia nelle relazioni interpersonali:
l’operatore, nella professionalità cui sopra
si accennava, dovrebbe secondo me
comprendere questo aspetto che,
correttamente utilizzato, e condiviso con
chi a lui si rivolge, può diventare uno
strumento fondamentale soprattutto nelle
situazioni cliniche più gravi.
Tornando
più direttamente alle considerazioni (e alle
emozioni) che la lettura mi ha evocato, mi
pare rilevante riferirsi, nel proporre
concetti talvolta complessi, alle storie
concrete di persone, seguite nei momenti
dell’approccio, della lunga, sofferta e
ambivalente fase di equilibrio, nella crisi,
con una ulteriore, evidente conseguenza: la
già rilevata sostanziale equivalenza, sul
piano della psicopatologia sottostante, di
un comportamento legato all’uso di droghe,
rispetto ad altri in cui le droghe non
c’entrano. In più, appare riduttiva, in
questa ottica, anche la individuazione di
una specifica nosografia per un
comportamento, quello tossicomanico, che
rappresenta in ogni caso un epifenomeno di
un disagio esistenziale che dovrebbe essere
preliminarmente e correttamente individuato.
In altri termini, l’equivalenza tossicomania
– malattia, se risulta potenzialmente utile
nell’immediato (esistono farmaci in grado di
rispondere immediatamente a questa
logica), rischia di fuorviare per un periodo
più o meno lungo da un sentiero terapeutico
che, per quanto spesso stretto e tortuoso
(talvolta nemmeno ben visibile), ha
necessità di altri e più complessi livelli
di comprensione.
L’unico
elemento su cui, dalla lettura del libro, mi
deriva qualche perplessità (per certi versi
paradossale rispetto a quanto appena detto)
riguarda proprio l’analisi, condotta in due
distinti momenti del testo, del metadone: se
è pienamente condivisibile il rischio di un
suo utilizzo, nella dipendenza da oppiacei,
con il significato di una semplificante
panacea, non può essere trascurato il valore
di una sostanza le cui caratteristiche
farmacocinetiche e soprattutto
farmacodinamiche permettono il perseguimento
di obiettivi diversi:
-
assaporare, da
parte di un tossicomane la cui vita è
diventata un inferno fatto di giorni uguali,
vorticosi e insignificanti, il valore del
fermarsi, del ritrovare un accettabile
ritmo sonno veglia, dell’ascoltare (e
riconoscere) un’altra persona che ti parla,
che ti propone qualche piccola soluzione per
i problemi immediati e, via via, più
impegnativi, dell’accorgersi dell’esistenza
di un mondo più complesso (e più
complicato), del ricordarsi che esistono
persone perse per strada che possono essere
ritrovate;
-
da parte
dell’operatore, di costruire uno spazio, ed
un tempo, per una relazione, dapprima
precaria, poi più stabile, entro cui porre
le basi per un lavoro futuro; tempo che non
può essere rigidamente predeterminato, che
può essere anche molto lungo, ma che
dev’essere sempre attentamente valutata da
un operatore in grado di valutare la
situazione clinica per una decisione
condivisa di ogni fase di un percorso di
cui il farmaco è un elemento importante.
Si
tratta, in ogni caso, di usare uno strumento
la cui ambivalenza dev’essere sempre tenuta
presente, ma il cui valore non può essere
trascurato; metadone, per di più, che ancora
oggi viene usato come sinonimo del concetto
di terapia farmacologia della
tossicodipendenza; senza entrare troppo in
un tema, quello della terapia farmacologia
delle tossicomanie, mi preme qui affermare
la necessità di riconsiderare la materia
alla luce di nuove acquisizioni: ad esempio
la buprenorfina, per le quali può essere
previsto uno spazio specifico anche per
altri problemi, peraltro adombrati nel
testo: l’uso di cocaina (e della sua
interpretazione alla luce di un sottostante
disturbo narcisistico di personalità), che
può essere considerata una nuova emergenza,
o anche per l’alcol; quest’ultima sostanza,
tuttavia, propone una serie di riflessioni
che, secondo me, la differenziano in modo
sostanziale dal panorama delle altre
sostanze psicoattive, al punto da meritare
per molti versi una trattazione separata.
Tutto questo senza nulla togliere ad un
contributo il cui valore “multiassiale” sta,
oltre che nelle pagine di approfondimento
teorico e categoriale, nell’esperienza
vissuta in un lavoro quotidiano che, dal mio
punto di vista, si arricchisce di nuove
potenzialità e di nuove prospettive".
Alberto Zucconi
[pres.Coordinamento Naz.le Scuole di
Psicoterapia]
"Io credo che sia nel nostro interesse che
il nostro amico e collega Luigi Cancrini sia
eletto alle prossime elezioni politiche in
modo da poter promuovere l'attuazione dei
diritti di tutti gli italiani a ricevere
psicoterapia quando questo è il trattamento
di elezione e di tutelare tutto il settore
della psicoterapia pubblica e privata..
Spesso in molte ASL, per
mancanza di personale, i cittadini non
ricevono trattamenti psicoterapici anche se
ciò è loro diritto e anche nell'interesse di
tutta la comunità.
Io stesso
ho presentato ai firmatari dell'iniziativa
della proposta di legge ad iniziativa
popolare, dati di ricerca da vari paesi che
mostrano che il trattamento di elezione non
è una aggravio di spesa per la collettività
ma un risparmio, visto che coloro che non
ricevono psicoterapia quando ne hanno vero
bisogno, tendono a deteriorarsi a livello
psichico e organico con un ulteriore
aggravio di spese e perdita di produttività
per assenze dal lavoro.
Per questi
motivi io voterò Luigi Cancrini anche se si
presenta con un partito che io non avrei
votato senza questa esigenza di contribuire
all'elezione di un amico e di un autorevole
collega che, se eletto, si batterà con
convinzione per la tutela dei diritti dei
cittadini, e dei legittimi diritti delle
scuole del CNSP e dei nostri allievi.
Spero che molti di voi
faranno altrettanto e promuovreranno così
l'auspicata elezione del nostro Luigi a cui
invio un cordiale ringraziamento ed i
migliori augurii di in bocca al lupo!!!!"
Premio Iganzio Silone
Luigi Cancrini, psichiatra, psiterapeuta,
molto apprezzato per la sua intensa attività
professionale, in Italia e all'estero, come
clinico, docente, studioso, ricercatore e
saggista.
Il prof. Cancrini ha
fondato nel 1970 il Centro studi di terapia
familiare e relazionale che dirige con
grande passione. Particolare attenzione ha
sempre dedicato alla violenza sui minori: un
reato che il professore ha sempre
giustamente giudicato un “crimine contro
l’umanità”. Il Premio Internazionale Silone
viene attribuito a Luigi Cancrini per la sua
dedizione e passione sempre riservata alle
ricerche dedicate ai giovani (ricordiamo, in
particolare, quelle sulle dipendenze da
droga, alcol e gioco) ed anche alla
formazione dei giovani analisti.