L’approccio da tenere nei confronti della persona con problemi di droga ha rappresentato da sempre un argomento su cui i politici ritengono di dover dire la loro. Prendendo, spesso e volentieri, il posto dei tecnici. Cercando di favorire (o favorendo realmente) tecnici abituati o disposti a muoversi su linee che bene si adattano al loro discorso. Su due linee opposte e, a mio avviso, ugualmente pericolose.

La prima, radicale di nome e di fatto, è quella che parla delle droghe come di un diritto della persona. La teoria sottostante, legata all’antiproibizionismo, è quella per cui le droghe si diffondono e fanno danno perché si tenta di proibirle. La parola d’ordine naturale è quella della liberalizzazione. Sul piano terapeutico, l’enfasi viene posta semplicemente sulla necessità di andare incontro alle esigenze del tossicodipendente. Somministrando eroina pura (cioè “non tagliata e non adulterata”)  ai tossicomani da eroina, come proposto, oggi, da un certo numero di medici che hanno poca consuetudine con le problematiche personali dei loro pazienti. Liberalizzando le droghe leggere ed, eventualmente, la cocaina. Proponendo l’idea per cui l’essere umano deve essere soprattutto libero di scegliere. Considerando con scetticismo o con sufficienza tutti coloro che pensano alle droghe, al desiderio o al bisogno di assumerle ripetutamente come ad una sostanziale perdita di libertà.

La seconda, espressione di una cultura conservatrice e di destra, si basa sull’idea opposta per cui il male sta tutto nella droga. Che va evitata ad ogni costo perché incontrarla significa perdersi e perché chi si permette di incontrarla “non c’è”, non c’è più, non fa più parte del mondo dei normali che invece “ci sono”: come ci ripete oggi Fini presentando la campagna informativa del governo. Basandosi  sullo slogan per cui “O ci sei, o ti fai” e sulla teoria, dal retrogusto morale evidente, che spiega la tossicodipendenza come la conseguenza di un venir meno della volontà e la diffusione della droga come l’epifenomeno di una fiacchezza dei valori cui una società dovrebbe (sospiro!) ispirarsi. Quelle che piacciono, nel ventaglio delle ipotesi terapeutiche, sono qui le iniziative centrate sul controllo e sulla riabilitazione, sulla punizione (se il controllo non viene accettato) e sull’allontanamento. Come avviene da sempre a San Patrignano cui sono stati significativamente affidati i miliardi a disposizione per la attuazione pratica della campagna sul territorio. Come ben testimoniato da una proposta di legge firmata da Tommaso Foti di AN e dalle ipotesi di maggioranza oggi in discussione presso la Commissione Sanità del Senato sui servizi psichiatrici. Quella che si propone in ambedue i casi, infatti, è l’obbligatorietà dei trattamenti sanitari e la necessità, se a tale obbligo non si ottempera, di evitare comunque che il tossicodipendente “possa essere restituito, con la sua carica autodistruttiva, alla famiglia, alla società ed alla piazza dove puntualmente ricomincerebbe a drogarsi”.

La necessità di sfuggire a questo tipo di ragionamenti estremi viene avvertita sempre di più come una vera fame d’aria da chi si trova da anni in contatto quotidiano con i tossicodipendenti e con i ragazzi che corrono il rischio di diventarlo. L’abuso di droga e la tossicodipendenza non nascono né da una necessità biologica né da una perversione morale. Sono, e saranno ancora a lungo, tentativi velleitari e sbagliati ma terribilmente efficaci, sul piano soggettivo, di autoterapia. Chiedono, per essere curati, pazienza e capacità d’ascolto per i problemi della persona che va aiutata dal terapeuta a trovare soluzioni diverse e più efficaci di quelle offerte da un farmaco capace di lenire il dolore o di dare sicurezza, di alimentare i sogni o di dimenticare le sofferenze.

Sono davvero molto lontani, mentre si lavora in questo modo, gli strilli di quelli che parlano di libertà di farlo o di non farlo e di quelli che pensano ancora di poter spaventare o costringere i tossicodipendenti. Quello di cui si sente acuto il bisogno, a volte, è solo il bisogno di abbassare il volume dei loro amplificatori. Ricordando ai politici e agli amministratori che il loro compito non è quello di esibire la loro modernità o la loro moralità ma solo quello di aiutare i tecnici più umili, quelli che non hanno ricette vincenti da reclamizzare, a portare avanti il loro piccolo grande lavoro di formiche “in rete”. Occupandosi di regolarità dei finanziamenti e di valutazione dei risultati. Smettendola di pontificare e mettendosi nella posizione di chi vuole capire quello che sta succedendo, su questo tema, in Italia e nel mondo.