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Dispiace dirlo ma c’è sapore di cose vecchie nel discorso di Fini sulla droga. L’idea di punire il consumo è ancora più assurda di quella su cui si basava la legge (modificata nel 1975 da una grandissima maggioranza dei nostri parlamentari ) che puniva “la detenzione a qualsiasi titolo” delle sostanze stupefacenti e che non faceva alcuna distinzione fra sostanze pericolose e sostanze che lo sono oggettivamente di meno. Il caso emblematico dei disastri determinati da quella situazione legislativa resta per me quello del diciottenne sorpreso con uno spinello in mano che si fece per questo due anni di carcere, che ne uscì dipendente da eroina morendo di Aids quindici anni dopo. L’idea di trattare come un delinquente colui che è vittima del commercio illegale di droga, del resto, è un’idea che piace a volte a chi parla di droga nei salotti ma che non verrebbe mai in mente a chi di tossicodipendenti ha avuto la fortuna o la sfortuna di occuparsi. Trattarlo come un delinquente, come una persona che commette un reato nel momento in cui cerca aiuto nell’uso di una sostanza significa infatti spingerlo sulla strada, estremamente pericolosa, della negazione e della clandestinità. Significa, nei fatti, allontanarlo dai sevizi perché nulla terrorizza il tossicodipendente come l’idea di essere schedato e perché chiedergli di cercare aiuto ammettendo di essere una persona che ha commesso e potrebbe continuare a commettere dei reati è un modo di metterlo in una situazione senza uscita. La semplificazione sbagliata su cui si basa il progetto di legge che punisce il consumo delle droghe è quella legata all’idea per cui il consumo di droghe è voluttuario, volontario, deciso consapevolmente da chi lo fa. Chiunque abbia lavorato con i tossicodipendenti sa che il problema sta tutto qui, nella loro incapacità di comportarsi da persone libere. Dire che una persona è schiava dei suoi bisogni significa semplicemente dire che questi bisogni sono più forti di lui. Curarla vuol dire trovare altri modi di rispondere a questi bisogni all’interno di un progetto di terapia: una terapia che si basa sempre, inevitabilmente, sul riconoscimento della precarietà degli equilibri vissuti da una persona che sta male, sul tentativo di darle una speranza e di costruire con lei degli equilibri nuovi. Sapendo che nessun aiuto è possibile dare mai a uno che non si fida di te, a uno che non guarda con fiducia all’intervento che gli proponi, a uno che non ti sente dalla sua parte: e capace, dunque, di riconoscere la profondità della sofferenza alla base del suo star male e della sua ricerca sbagliata di aiuto nelle droghe. Il fronte che si era compattato dalla fine degli anni settanta intorno alle posizioni dell’Onu e, più recentemente, dell’Unione Europea era un fronte basato sulla necessità di distinguere in modo netto, inequivocabile, il crimine del traffico dal dramma del consumo e della dipendenza. Difendere i giovani dall’uso delle droghe ha significato, da allora soprattutto capacità di combattere con tutta la dovuta energia le organizzazioni internazionali che si occupano di eroina, di cocaina e di nuove droghe. Ha significato, più in particolare da noi, combattere con tutta la dovuta energia la possibilità di riciclare il denaro sporco proveniente dalle attività illecite. Troppo poco si è riflettuto, a mio avviso, da parte del governo di centro destra, sul modo in cui la legge sul rientro dei capitali ha favorito, direttamente o indirettamente, questo passaggio vitale per i traffici di droga nel mondo. Essere riusciti a spostare la severità del legislatore dai trafficanti alle loro vittime non sarebbe un buon bilancio per un governo che vorrebbe fare della lotta alla droga uno dei punti forti della sua azione nei prossimi mesi. C’è sempre qualcuno che pensa, quando si parla di questi problemi, che la minaccia possa funzionare da deterrente per gli adolescenti e i giovani che non hanno ancora mai usato droga. L’esperienza concorde dei paesi in cui questo giro di vite è stato già tentato dimostra che le cose non vanno affatto così. L’uso degli spinelli è più diffuso e più facile negli Usa che lo hanno proibito che in Olanda dove si è arrivati a regolamentarlo. Chi conosce la psicologia dell’adolescente e la forza dei suoi bisogni di sfida e di ribellione non si stupisce di queste osservazioni. Quella di cui abbiamo bisogno sul piano educativo è una informazione seria, corretta, portata nei luoghi in cui ce n’è maggiore bisogno. Quello di cui non c’è nessun bisogno è un terrorismo cieco, incapace di distinguere e di insegnare la distinzione fra gli effetti dei diversi farmaci e sicuramente capace invece di creare ulteriori fratture fra il mondo degli adulti e quello dei ragazzi che crescono in un mondo che è il loro: diverso da quello degli adulti che tanta difficoltà dimostrano nel capirne gli orientamenti, le ragioni, le risorse. Anche in tema di droghe. |