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Il bambino precocemente adultizzato di oggi è un bambino che perde la possibilità di vivere la sua infanzia? E’ un bambino cui viene tolto qualcosa, destinato ad essere infelice? Riproposto ieri da Antonella Boralevi su questo giornale, il quesito divide gli adulti di oggi che si sentono e sono responsabili di questi bambini. La cosa su cui siamo tutti d’accordo, credo, è che i bambini di oggi sono spinti a crescere in fretta. Si muovono con divertente e spesso divertita facilità in mezzo agli oggetti complessi da cui sono circondati. Accendono il televisore a un anno, scelgono i programmi quando ne hanno due, utilizzano dei computers quando ne hanno tre o quattro. Disegnano, leggono e scrivono molto presto. Vengono spinti spesso, fin dai tre anni, ad usare lingue diverse dalla loro. Vengono abituati in fretta a non farsi la pipì sotto, a parlare e a cantare in modo gradevole. Vengono scoraggiati, più di quanto si facesse un tempo, nei loro comportamenti regressivi. Vengono abituati presto a fare sul serio tutto, anche gli sport e i divertimenti. I loro genitori si vergognano, spesso, se loro non sono da subito ometti o donnine, loro lo sanno e si adeguano. La variazione antropologica disegnata da questo insieme di novità è sotto gli occhi di tutti. Corrisponde davvero, però, ad una sottrazione dell’infanzia e ad una condanna all’infelicità? La mia opinione su questo punto è diversa da quella della Boralevi. Il mondo mentale del bambino è un mondo molto diverso dal nostro. Fino ai cinque anni, per esempio, il bambino considera vivi e dotati di una loro vita propria anche gli oggetti inanimati. Chiedere ai pulsanti del televisore di far partire la favola di Biancaneve è un modo di sentirsi padroni di quello che succede all’interno di un mondo in cui il dito funziona come una bacchetta magica. Computers, automobili e pupazzi parlano, scherzano, sono interlocutori reali dei loro giochi. La realtà di un bambino non è quella degli adulti. Tanti anni fa, quando guardavo la luna e raccontavo ad una figlia di quattro anni che gli uomini erano arrivati sulla luna, lei mi guardò con stupore e disse: “ papà, ma hanno lasciata accesa la luce?”. Qualcosa di simile avviene, credo, anche un po’ più tardi. Irregimentati dalle madri che li portano alle scuole di calcio e diventano tifose per amore loro, i bambini sognano gli stessi sogni che facevamo noi nei cortili di casa. Sognano di diventare dei calciatori, di arrivare ad essere bravissimi, identificandosi con i loro idoli del momento. Queste stesse cose i bambini della loro età le hanno fatte, in altri tempi, giocando alla guerra con i soldatini o con le spade finte: identificandosi, allora, con eroi assai più discutibili di quelli che popolano i sogni dei bambini di oggi. Il che vuol dire in fondo che quelli che cambiano sono i contenuti, non le forme dell’esperienza vissuta dal bambino: una forma che dipende soprattutto dai tempi propri del suo sviluppo cognitivo ed emotivo. Credo sia sufficiente andare davanti ad una scuola elementare oggi (io ho la fortuna di poterlo fare ancora ) per rendersi conto del fatto che una grandissima percentuale di bambini è ancora oggi assai felice di vivere la sua vita. Difficile fare confronti con il passato. Quello che mi sembra certo tuttavia è che vi erano, fino a non molto tempo fa, moltissimi bambini che non potevano permettersi di godersi l’infanzia per ragioni di ordine sociale ed economico. La nostalgia dei tempi passati, a volte, fa brutti scherzi. Anche se resta molto importante, ovviamente, sapersi occupare seriamente, con tutto l’amore e la competenza di cui c’è bisogno, di tutti quei bambini (pochi in percentuale ma tanti se li si conosce uno per uno) che si trovano “fuori del coro”: che non godono cioè delle possibilità offerte a tutti gli altri e che diventano depressi o infelici per ragioni che appartengono alla specificità della loro esperienza, non ai modelli culturali prevalenti. Qualunque cosa si dica dell’infanzia e dei bambini, quello che non si può negare è che la loro qualità più grande è quella di sapersi adattare, più rapidamente dei grandi, alle novità proposte dai cambiamenti del mondo: cambiamenti che fanno paura, spesso, ai grandi più che a loro. Saperlo e dirlo mi sembra importante anche oggi per i genitori che non si sentono mai sicuri di aver fatto tutto quello che potevano per i loro figli. Aggiungendo, sommessamente, che la salute mentale e la possibilità di essere felici di ognuno dei loro figli dipende soprattutto dal modo in cui gli si sta accanto.
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