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Il bambino che chiede soldi per la strada dà sempre una stretta al cuore. Dargli degli spiccioli è quasi una vergogna e il pericolo che ci sia qualcuno, dietro l’angolo, a toglierglieli di mano mette in moto un sentimento di rabbia, di indignazione, di pena e di paura per lui. Non dargli nulla mentre tu te ne vai a spasso tenendo per mano il tuo bambino felice, entrando nel bar per consumare o facendo passeggiare il tuo cane fa ugualmente e forse ancora più male. Al di là dei ragionamenti sullo sfruttamento che qualcun altro fa di lui, gli occhi del bambino esistono e sono rivolti a te. Se lo guardi li incontri e non c’è mai abbastanza spazio, in un dialogo fatto di sguardi, per spiegazioni razionali e complicate. Quello che arriva è un sì o un no e dire di no vuol dire comunque rifiutare una richiesta di aiuto e di rapporto. Questo insieme di sensazioni si è fatto ancora più contraddittorio e più forte, in questi ultimi tempi, di fronte a fatti come quelli venuti in luce a Pescara su una organizzazione criminale che rubava bambini extracomunitari. Una delle ipotesi fatte dagli investigatori, infatti, riguardava l’utilizzazione di questi bambini per una attività di accattonaggio organizzata da un racket che speculerebbe sulla loro capacità di chiedere. Una ipotesi seria e da approfondire, a mio avviso, soprattutto di fronte alle nuove ondate di bambini un po’ più grandicelli, fra gli 8 e i 14 anni, che girano da soli, senza famigliari che li controllano, per gli incroci di una città come Roma. Una ipotesi che chiede, tuttavia, una risposta forte e chiara da parte della società civile e di chi è chiamato a rappresentarla. Particolarmente importante mi sembra, da questo punto di vista, l’iniziativa cui sta lavorando in questi giorni Raffaella Milano, Assessore ai Servizi Sociali del Comune di Roma. L’idea di mettere in moto delle équipes di strada formate da educatori, animatori e psicologi che abbiano come compito quello di avvicinare i bambini che chiedono l’elemosina per strada e di costruire un centro diurno in cui ci si occuperà di loro dal punto di vista educativo, scolastico e sanitario può essere considerata probabilmente un’idea vincente nel tentativo di approfondire le ragioni e di contrastare la tendenza di un fenomeno comunque inaccettabile. I servizi del Comune rintracceranno i famigliari e riaffideranno loro i bambini, ovviamente, quando i famigliari li cercheranno e lo chiederanno: ragionando con gli operatori dei servizi, successivamente, sulla possibilità di ricevere aiuti alternativi a quelli proposti dalla capacità di elemosinare dei bambini. Se i famigliari non si presentassero, però, o se i bambini denunciassero delle situazioni più gravi di sfruttamento o dei veri e propri reati, quello che si renderebbe possibile è un intervento forte in difesa dei loro diritti. Il punto su cui sarà importante e difficile far chiarezza da subito con la gente e con i diretti interessati, quando il progetto partirà, è che un intervento di questo genere ha senso e può produrre risultati solo se eviterà con cura ogni sfumatura di coercitività o di violenza. Con i bambini e con le famiglie di cui vanno comunque rispettate le esigenze, a volte drammatiche, e le culture, a volte assai diverse dalla nostra. Sapendo che gli educatori dovranno costruire con grande pazienza e con molta professionalità delle occasioni di dialogo basate su proposte molto concrete e convincenti. Utilizzando la costruzione del progetto e l’impegno di chi lo metterà in opera per dimostrare che c’è qualcosa di profondamente ingiusto nel fatto che un bambino, che avrebbe ben altri diritti e ben altre esigenze, sia costretto a chiedere l’elemosina per strada e che dove si verifica una cosa ingiusta bisogna comunque accorgersene ed intervenire. Avendo il coraggio di esserci. Cercando sempre l’altro e l’incontro con lui, però, nel momento in cui ci si trova di fronte a quella che è comunque una condizione di sofferenza e di umiliazione profonda della persona e di chi le sta intorno. Se tutto questo dovesse davvero realizzarsi, quello che a me piacerebbe è che il progetto si muovesse intorno ad uno slogan rivolto a tutte le persone che stanno male quando incontrano un bambino che chiede l’elemosina. Dicendo loro di dare sempre qualcosa perché non bisogna mai dire di no ad un bambino che soffre, di cui si ha la possibilità e la fortuna di incontrare lo sguardo. E chiamando subito dopo però, per segnalare il problema, qualcuno che può e deve dare delle altre risposte. Risposte che devono essere adatte a quella situazione, a quel bambino e a quella famiglia quando la famiglia c’è. Risposte che hanno l’obbligo di dimostrarsi più serie e più costruttive, però, di quelle che abbiamo dato finora. |