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I limiti della perizia psichiatrica sono, in sostanza, i limiti della psichiatria medica tradizionale. Quel poco che sappiamo sul funzionamento, normale e patologico, della mente di un uomo si basa sul colloquio fra due persone e presuppone la buonafede, la voglia di capire e di farsi capire. Un limite insuperabile, da questo punto di vista, è quello legato alla volontà di simulare o di dissimulare. Lo psichiatra non dispone di un apparato ai raggi X che gli consenta di “vedere” quello che succede nella mente dell’altro. Può solo ascoltare e riflettere. Nel caso specifico della madre di Samuele, il compito dei periti appariva particolarmente difficile. L’esperienza drammatica di un lutto recente scompagina di per sé qualsiasi tipo di organizzazione difensiva, normale o anormale. Le testimonianze necessarie per una ricostruzione utile dei tratti di carattere e di personalità già evidenti in precedenza sono rese poco attendibili dalla preoccupazione per cui segnalare delle stranezze o delle “anormalità” potrebbe creare dei problemi alla posizione dell’imputata. Quello che la famiglia e la difesa hanno fatto, in questa situazione, è di serrare i ranghi intorno alla assoluta normalità di Anna Maria Franzoni “perché una donna normale non può uccidere il figlio di tre anni”. Il che è legittimo ma non facilita il compito dei periti. Mi ero permesso di esprimere, quando il GIP la richiese, delle riserve forti sull’idea di una perizia da portare avanti in quella fase ed in quelle condizioni. In quella fase, perché una donna che ha comunque perso un figlio ha bisogno di essere ascoltata ed aiutata, non sottoposta a valutazione. In quelle condizioni, perché la decisione di incarcerarla ha inevitabilmente compromesso qualsiasi ipotesi di collaborazione. Più in concreto ed operativamente se, come ipotizzato allora dall’accusa, Anna Maria Franzoni avesse davvero commesso il delitto in uno stato di coscienza alterato e l’avesse poi rimosso e sepolto dentro di sé, quello di cui c’era bisogno con lei era un rapporto di fiducia, un ascolto umanamente partecipe dei suoi vissuti. Che un colloquio di questo tipo potesse determinarsi in carcere fra una persona comunque sconvolta da ciò che le era accaduto ed un collegio peritale non era difficile, però, era semplicemente impossibile. Quella che si sarebbe potuto e dovuto tentare fin dall’inizio, a mio avviso, era la strada di un accompagnamento psicoterapeutico del lutto di Anna Maria Franzoni. La custodia cautelare poteva essere disposta, d’accordo con lei e con la famiglia, in casa o presso una struttura sanitaria. Accusa e difesa avrebbero potuto trovare un accordo intorno alla necessità di sostenere e di aiutare per il tempo che serviva,con un terapeuta esperto, una persona che viveva comunque una difficoltà drammatica. Un intervento che era comunque necessario: nel caso della madre colpevole che doveva riappropriarsi di ciò che lei stessa aveva fatto e in quello della madre innocente chiamata ad affrontare insieme un lutto spaventoso e delle accuse ingiuste. Quella che viene sottovalutata a volte, in queste situazioni, è la sostanziale convergenza di interessi che si determina, nel caso di un lavoro di questo tipo, fra accusato e accusatore. Magistralmente proposta nel Dostojevskji di Delitto e Castigo, l’idea è quella per cui il colpevole ha un bisogno profondo di confessare e può cominciare a star meglio solo dopo che lo ha fatto. Sull’altro versante, l’accusatore dovrebbe star meglio anche lui nel momento in cui un innocente gli dimostra di essere veramente tale non sulla base di una confrontazione litigiosa ma su quella, assai più convincente, di una disponibilità serena al confronto. È nel momento in cui le persone si incontrano sul serio fra loro, d’altra parte, che il dialogo riesce a gettare un po’ di luce su un evento estremo come quello di cui stiamo parlando. Tutto questo per dire che, purtroppo, le conclusioni cui sono giunti gli psichiatri che hanno incontrato Anna Maria Franzoni nulla aggiungono di fatto a quello che già tutti sapevamo. E per rimpiangere, nello stesso tempo, che la psichiatria non sia ancora riuscita ad accettare sino in fondo l’idea per cui per conoscere un altro non basta osservarlo, è necessario incontrarlo all’interno della relazione che si costruisce con lui: una relazione inevitabilmente terapeutica se la persona con cui ci si incontra è una persona che sta male. |