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Sono a rischio di chiusura nel corso dell’estate 25 Comunità Terapeutiche psichiatriche che ospitano pazienti di Roma e del Lazio. Parliamo, scrive il presidente della Fenascop Giampiero di Leo al presidente della regione Lazio Storace, di 350 pazienti e di altrettante famiglie che saranno costrette a riaccoglierli in una fase in cui il lavoro terapeutico è ancora in corso. Parliamo, aggiunge, di 300 lavoratori che non percepiscono stipendi da oltre 6 mesi e che continuano, nonostante tutto, a restare al loro posto. Accanto ai loro pazienti. Parliamo, aggiungo io, di debiti delle ASL di Roma e del Lazio che si riferiscono agli ultimi tre esercizi finanziari. Di debiti certi e riconosciuti che le ASL semplicemente rifiutano di pagare adducendo “ritardi nell’erogazione dei fondi” da parte della Regione. Poiché non tutti conoscono le procedure che portano al formarsi di questi debiti, tuttavia, credo che sia importante parlarne con qualche dettaglio per mettere in luce l’assurdità di una situazione che finirà per ricadere tutta sulle spalle di quelli che sono sempre gli ultimi degli ultimi: i pazienti psichiatrici. Il ricovero in Comunità Terapeutica viene deciso dal Dipartimento di Salute Mentale competente per territorio ed è considerato un passaggio importante del progetto terapeutico complessivo di cui il dipartimento resta titolare. La Comunità Terapeutica è un luogo in cui pazienti gravi che non sono più in grado di vivere da soli cercano e spesso trovano un aiuto professionale per il recupero di competenze sociali indispensabili: un luogo, cioè, in cui non ci si limita a contenere le manifestazioni più acute del loro disagio ma si punta sull’obiettivo più ambizioso: di un recupero della persona. Il che vuol dire, in pratica, che più il dipartimento lavora in un’ottica terapeutica e non contenitiva, più è interessato alla collaborazione con le comunità: collaborazione prevista, del resto, da una voce di spesa apposita con un budget definito ogni anno dalla ASL. Quando il ricovero in Comunità Terapeutica viene deciso, dunque, i soldi ci sono e ci sono per quella spesa. Quando la Comunità invia le fatture, tuttavia, la ASL prende tempo e arriva alla fine dell’anno. I soldi sono a questo punto “spariti” perché la ASL li ha utilizzati in un altro modo facendo una “distrazione” di fondi: un atto che era e che oggi non è più un atto di rilevanza penale. L’ inseguimento del credito diventa a questo punto un’odissea senza fine. Non avendo scopo di lucro e non essendo un soggetto economico la Comunità Terapeutica non può adire le vie legali per ottenere gli interessi sul ritardo. Se si rivolge alle banche per cedere il suo credito, poi, la ASL si oppone e poiché, a norma di una legge del 1865 (questo ha testualmente scritto la ASL RMA), la sua opposizione è sufficiente ad impedire la cessione, la Comunità Terapeutica si ritrova sola con le sue inutili fatture. Dovendo provvedere, però, agli stipendi degli operatori, al vitto, all’alloggio e alle medicine dei pazienti. La chiusura delle 25 Comunità Terapeutiche psichiatriche del Lazio e di molte altre strutture del privato sociale si sviluppa così all’interno di un vero e proprio paradosso. Le comunità che muoiono per problemi di ordine finanziario sono in realtà strutture sane dal punto di vista economico. Quelli che mettono gli occhi sulle comunità per comprarle a costo zero sono inevitabilmente, a questo punto, gruppi in grado di usufruire dell’appoggio di finanziarie proprie. La trasformazione che lentamente si compie, con la complicità colpevole di un governo regionale che non interviene è quella legata al passaggio dal privato sociale a quel tipo di privato speculativo che gestisce, nel Lazio, un numero di case di cura psichiatriche private che è la metà di quelle presenti sull’intero territorio nazionale. Case di cura sempre strapiene che riempiono i pazienti di farmaci, che sembrano incapaci, abitualmente, di formulare progetti terapeutici e che percepiscono però rette di degenza che sono il doppio di quelle previste per le comunità. Come accade spesso dove si parla di “deregulation” le amministrazioni non sembrano porsi il problema di quanto spendono. Più prosaicamente sembrano preoccupate del “per chi” li spendono. Con tanti saluti in questo caso alla legge di civiltà voluta da Basaglia (che è tanto facile criticare quando si fa di tutto per sabotarla), ai diritti dei pazienti psichiatrici e alle legittime aspettative delle loro famiglie. |