|
Separarsi è difficile. Soprattutto se ci sono dei figli. Quando i venti della bufera si placano, tuttavia, anche le famiglie dei separati si organizzano intorno a routines più o meno soddisfacenti. Fino al momento delle ferie estive. Quando arriva il momento, cioè, in cui bambini e bambine, ragazzi e ragazze debbono dividere il loro tempo fra papà e mamma. Un po’ di vacanze con l’uno e un po’ con l’altro con il contorno, evitabile o non evitabile, dei nuovi compagni o delle nuove compagne, dei parenti cui i genitori si appoggiano o degli amici, occasionali o di vecchia data. Il livello della difficoltà, ovviamente, è diverso da caso a caso. Separati in grado di collaborare con sensibilità e intelligenza in quanto genitori degli stessi figli li si incontrano ogni giorno. Quello che è difficile immaginare, per chi non ci lavora ogni giorno, è la violenza, invece, e la complessità degli scontri che si mettono in moto fra i separati nel caso in cui la separazione si presenta come una separazione conflittuale. Quello che più facilmente accetta (accetterebbe) la vacanza separata è abitualmente, in questi casi, il figlio che riesce a star bene, spesso, sia con il padre che con la madre. Sono la rabbia e la voglia di litigare dei genitori quelli che rendono difficili o impossibili le vacanze. Separate dal punto di vista geografico ma non da quello emotivo. Costringendo il bambino a inevitabili, incredibili giochi di equilibrio. Sottoponendolo a continue richieste e prove di lealtà. Il problema riattivato dalla vacanza con cui ci si confronta in tutte queste situazioni è, prima di tutto, un residuo, una coda della situazione conflittuale su cui la coppia e il matrimonio si erano prima formate (spesso) e poi rotte (sempre). Chi decide su chi dovrà fare la vacanza col figlio in agosto o in luglio? Chi decide con chi si può accettare o non si può accettare che il figlio si incontri mentre sta con il padre o con la madre? I nuovi compagni sono ammessi o possono nuocere al suo equilibrio e alle sue vacanze? Sarà capace l’altro, quello che non ha saputo proteggere o amare abbastanza me di proteggere e di amare un figlio? Efficacemente riproposto in un film che avrebbe meritato molti più spettatori, il “Non è giusto” della De Lillo, il coniuge che non c’è imperversa dal telefonino, controlla o tenta di controllare tempi e modi della relazione del figlio con l’altro genitore. Trasformandosi, il figlio, in terreno di scontro che dimostra insieme a tutti e due ed a lui l’ineluttabilità (non si poteva fare altrimenti) e l’impossibilità (non ci si riuscirà mai del tutto) della separazione. Che va tenuto in mezzo al litigio, dunque, per alimentarne la necessità e che a questo gioco si presta, spesso, con dolorosa docilità. Sullo sfondo, mi pare a volte, c’è lo stato d’animo con cui la gran parte delle persone si prepara oggi a fare il genitore. Il bambino, mi pare, è percepito, a volte, come il completamento della propria persona più che come persona al cui benessere sostanziale occorrerebbe prima di tutto pensare. Io ho diritto ad avere un figlio, sembra di sentir dire, un figlio che mi appartiene e di cui ho bisogno per essere me stesso (me stessa), per realizzarmi appieno. Che fa parte della mia identità nella misura in cui contribuisce a costruire la mia immagine, il mio look di persona. Su cui ho diritti, perciò, che tutti devono rispettare fino in fondo. Anche colui (colei) che mi ha rovinato la vita. Presentato come un ornamento, come un gioiello, da genitori che gli vogliono bene e che non si rendono conto di non vederlo, di non accorgersi di lui e del suo bisogno di delinearsi, per imitazione o per contrasto, prima di tutto nei loro confronti, il figlio sorride, spesso, di un sorriso debole. Si lascia vezzeggiare, presentare agli amici, ai compagni o alle compagne, cerca di compiacerli e di far presto a trovare il tempo per starsene da solo. Tenendosi dentro quando è con loro il “Non è giusto!” della De Lillo. Parlandone semmai agli amici. Guardando con tenerezza malinconica di adulto ai due bambini così faticosamente coinvolti nel ruolo difficile dei genitori adulti. |