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La ricerca sulla diffusione di alcool nella popolazione giovanile ripropone, la serietà di un tema che siamo abituati a sottovalutare. In tanto parlare di droghe e di “nuove droghe”, quello di cui ci si scorda è che l’alcool è di tutte le droghe la più accessibile e insieme la più pericolosa. Per i suoi effetti a breve termine con gli incidenti di strada e con le violenze in famiglia e per i suoi effetti a medio e lungo termine per le malattie che provoca a livello di fegato, di cuore, di sistema nervoso centrale e periferico. Qualità della vita e salute della popolazione migliorerebbero se si riuscisse a porre un freno alla vendita di alcolici e superalcolici. Sono ragioni economiche molto ben difese a livello politico quelle che impediscono, nei fatti progetti del tipo di quello che ha portato ad una riduzione progressiva del consumo di tabacco. Un passaggio particolarmente significativo di uno scontro che ritorna fra persone che si preoccupano e persone che preferisco non vedere si ebbe nel 1980. Si discuteva in Parlamento, allora, la legge voluta da Craxi sulle tossicodipendenze e un gruppo di deputati dell’opposizione propose un emendamento che chiedeva la proibizione della pubblicità per tutte le bevande che contenevano una percentuale di alcool superiore all’1%: limitandola, cioè, alle sole birre analcoliche. Inizialmente approvato per alzata di mano in commissione, l’emendamento fu subito contestato da deputati preoccupati del danno che avrebbe provocato sugli incassi pubblicitari delle reti televisive. Rivotato ad appello nominale l’emendamento fu respinto. La motivazione ufficiale, legata alla necessità di una disciplina organica dei problemi legati all’alcool, fu smentita dai fatti. Quella cui ci troviamo di fronte ancora oggi è una libertà, sostanzialmente assoluta, di proporre una pubblicità basata sull’idea per cui con l’alcool si vive meglio. Vino birra e superalcolici sono consumi su cui l’immaginario collettivo è continuamente sollecitato. Non averne in casa, non essere disponibili ad usarne significa essere in qualche modo diversi, chiede una qualche forma di coraggio non conformista. In altri paesi, dobbiamo dirlo, il problema è affrontato con molta maggiore serietà. In Francia la legge che proibisce la pubblicità di bevande che contengono più dell’1% di alcool è in vigore da più di vent’anni. Nei paesi scandinavi le campagne contro l’alcolismo e le difficoltà proposte alla vendita sono sempre più decise ed importanti. Quello che va di moda da noi, invece, è il proporre l’esperto di bevande alcoliche ( contadino o sommelier) come un uomo (o una donna) di gusti particolarmente raffinati. Mentre non c’è turismo italiano che non sia anche enologico e, ovviamente, gastronomico neanche nelle trasmissioni televisive di intrattenimento. Credo sia senz’altro possibile stabilire un legame fra questi fatti e i dati riferiti dall’Istat per cui “ è possibile stimare in 300.000 maschi e oltre 160.000 femmine il numero dei giovani fra 14 e 17 anni già bevitori abituali di liquori ed amari”. Che poi gran parte di queste bevute finisca in tragedia visto che, secondo l’OMS, “ l’alcool è la prima causa di morte fra i giovani europei visto che un decesso su quattro di quelli che si verificano in età compresa tra i 15 e i 29 anni è dovuto proprio all’alcool” sembra importante solo per i bacchettoni delle associazioni che portano avanti da anni una inutile battaglia contro la diffusione e la pubblicità delle bevande alcoliche. Ben venga naturalmente a questo punto la ricerca dell’Osservatorio su fumo alcool e droga dell’Istituto Superiore di Sanità. Purché la risposta non sia quella scontata della necessità di fare nuove, noiosissime e contraddittorie campagne d’informazione su i danni dell’alcool nella scuola. Purchè ci si renda conto, invece, del fatto che quello che serve è un insieme organico di provvedimenti del Governo, del Parlamento e del mondo dell’informazione. Pubblicitaria e non. Com’è accaduto per il fumo. Sapendo che in alternativa c’è solo l’idea di lasciare che le cose vadano avanti così. Cioè malissimo. |