In un convegno che si è tenuto nel mese di Giugno ad Abano, Achille Saletti, presidente di Saman, ha proposto una serie di dati in tema di tossicodipendenza che sembrano essere del tutto sfuggiti sia ai media che ai politici. Nel corso del 2003, sostiene Saletti, il numero delle persone con problemi di dipendenza inviate nelle comunità terapeutiche italiane ha toccato il suo livello più basso scendendo dai 30-40.000 dei primi anni ’90 e dai 20.000 circa del 1996 ai 12.000. Paradossalmente, quello che nello stesso periodo di tempo è più che raddoppiato (da 70.000 a 150.000) è il numero degli utenti in trattamento presso i Servizi del Sistema Sanitario Nazionale. Ancora più paradossalmente, quello che è aumentato in modo ancora più drammatico è il numero, sostanzialmente incalcolabile, delle persone che fanno uso di droghe pesanti senza avere alcun tipo di rapporto con i servizi se è vero, come sostiene ancora Saletti, che una percentuale vicina al 15 % di allievi delle scuole di guida, di età compresa far i 18 e i 25 anni, hanno già fatto uno o più incontri con la cocaina.

Dati come questi andrebbero discussi a lungo nelle sedi opportune. Nel corso per esempio di quella conferenza triennale sulle droghe promossa dal governo che avrebbe dovuto tenersi quest’ anno e di cui tuttavia ancora nessuno parla. Quella che è certa tuttavia è la coincidenza fra questi dati e quelli relativi ai finanziamenti che sono in continua discesa. Per ciò che riguarda la spesa sanitaria, infatti, la diminuzione è evidenziata in modo estremamente semplice dal fatto per cui nel 2003 la quota di spesa per le dipendenze è scesa dall’1 allo 0,8% del fondo sanitario nazionale. Per ciò che riguarda il sociale, dal forte ridimensionamento di quel fondo nazionale droga riassorbito quasi per intero dai tagli operati con le leggi finanziarie.

C’è un rapporto diretto fra questa diminuzione e quella degli invii in comunità terapeutica? Io credo proprio di si.

A livello dei servizi pubblici territoriali, i SERT, la limitazione progressiva del budget a disposizione degli operatori ha reso progressivamente più difficile il ricovero in comunità. In modo molto differente da quello che accade per altri servizi della sanità in cui si spende quello che si deve spendere in rapporto al problema da affrontare (un’epidemia di influenza provoca naturalmente un aumento della spesa e questa non può essere non coperta dal sistema sanitario)il discorso che viene fatto oggi ai Sert dagli amministratori, infatti, è un discorso per cui la spesa deve comunque rientrare all’interno di parametri definiti prima. Un maggior bisogno, dicono Governo e Regioni, non deve determinare un aumento dei finanziamenti. Poiché lo stato deve risparmiare, anzi, l’entità della spesa annua deve essere diminuita: anno dopo anno, dunque, le risorse sono minori. Che i bisogni aumentino o diminuiscano, il fatto non sembra avere alcuna importanza.

Sul fronte delle Comunità Terapeutiche e del privato sociale, il discorso è ancora più drammatico. Alla diminuzione della disponibilità (e dunque degli accessi) si aggiunge qui, infatti, il ritardo assurdo (fino a 2 anni) dei pagamenti. Costrette dalle convenzioni a pagare mese dopo mese (com’è giusto) i loro operatori, l’INPS e i fornitori, le Comunità Terapeutiche si indebitano con le banche cui sono costrette a pagare lauti interessi di mercato. Il tentativo di vendere il loro credito (le operazioni di factoring) urta contro una diffidenza crescente: i debiti della Regione Lazio, per esempio, vengono rifiutati in quanto ritenuti troppo a “rischio” anche dagli istituti e dalle finanziarie più avvicinabili ed anche il tentativo portato avanti da alcuni parlamentari dell’opposizione di introdurre nella legge finanziaria del 2003 e del 2004 una ipotesi di prestito agevolato per il privato sociale che vanta “crediti certi” nei confronti delle amministrazioni non è riuscito.

Molte Comunità Terapeutiche, a questo punto, stanno chiudendo all’interno di una situazione complessiva di crisi, apparentemente senza sbocco, di tutto il privato sociale. Soffre il pubblico dei Sert, su cui è calata la scure dei tagli della spesa sociale. Diminuiscono, con gli ospiti delle Comunità Terapeutiche, qualità e quantità dei servizi offerti alle persone con problemi di dipendenza. Aumenta, di conseguenza, il numero delle persone che fanno abuso di droghe e che non hanno possibilità alcuna di essere intercettati da un progetto terapeutico. Vogliamo parlarne? O dobbiamo, quando si parla di droghe, discutere solo e sempre di leggi più o meno punitive e di droghe da criminalizzare o da liberalizzare?