La vicenda del doping al giro d’Italia pone un problema inquietante. Quello che più mi colpisce, tuttavia, è il clima più generale in cui esso si inquadra. L’idea di migliorare le proprie prestazioni sottoponendosi a trattamenti particolari, infatti, non riguarda solo gli atleti. In un mondo dominato ogni giorno di più dal mito della felicità, della bellezza e del successo, l’uso di sostanze dopanti è considerato, di fatto, normale da un numero crescente di persone. Alimenta patologie personali sempre più gravi.

Si rifletta, per rendersene conto, su altre attività che crescono naturalmente sotto la luce dei riflettori. Nel mondo della moda, ad esempio, mantenere i corpi all’altezza della sfilata non chiede soltanto di essere attenti (attente) alle diete, chiede quasi naturalmente l’uso di sostanze che controllano l’appetito. Il rischio di scivolamenti nella cocaina o in altre droghe pesanti è alto come ben dimostrato di recente da casi clamorosi. Problemi molto simili si hanno nel mondo del culturismo o in quello dei mangers più o meno “rampanti”. Quello su cui non si insiste, tuttavia, è il modo in cui anche qui l’uso di farmaci mette in moto anche qui forme di concorrenza sleale. Il mondo dello sport, in fondo, è l’unico che si è dato leggi scritte che la rendono estremamente  pericolosa: intervenendo efficacemente (lo notavano qualche anno fa Samarench e Pescante) per definire frode l’uso di farmaci che migliorano le prestazioni.

Severissima con i farmaci inclusi nell’elenco degli stupefacenti, la legislazione attuale, italiana ed europea, è estremamente indulgente con le sostanze dopanti. Il che vuol dire in pratica che l’atleta è il solo che rischia qualcosa usandole. Mentre poco o nulla rischiano tutti gli altri, consumatori e produttori di sostanze, che falsificano i risultati di gare non ufficialmente sportive. Con una conseguenza importante dal punto di vista pratico perché quello degli integratori, degli stimolanti e dei modulatori dell’umore si presenta ormai come un mercato aperto ed estremamente vantaggioso: dove sono estremamente incerte, cioè, le linee che separano il legale dal semilegale, l’ufficiale dal clandestino o dal semiclandestino.

Potrebbe essere questo il tempo, se si vuole davvero evitare che le sostanze dopanti dilaghino, soprattutto fra i giovani, di porre mano ad un brusco cambiamento di tendenza. Quello con cui ci si dovrà confrontare, tuttavia, è un blocco di interessi forti: economici (l’industria) e corporativi (i medici e le farmacie) cui non piacerà vedere messa in discussione quella che si va delineando come una pratica complessiva del sapere sanitario volta al rinforzo e alla moltiplicazione del benessere invece che alla cura delle malattie. Ad onorare mito della felicità, della bellezza e del successo di cui parlavo all’inizio.

L’idea per cui si possa reclamizzare una pillola “della felicità”, garantire la prestazione sessuale, la forma fisica, la linea dei muscoli, la crescita dei capelli e la scomparsa delle rughe è ormai diffusa a tutti i livelli. Viene proposta come un’idea normale. Piace, ovviamente, alle persone più insicure, quelle che incontrano difficoltà forti nel confrontarsi con i propri limiti. Si lega direttamente al bisogno di divertirsi di più, di godere di più. Ballando o facendo l’amore. Mette in moto un meccanismo di desiderio profondamente legato ad angosce primitive di tipo narcisistico. Muove una quantità ogni giorno maggiore di denaro su cui rapidamente ed inevitabilmente si gettano coloro che pensano di potersene appropriare. Propone problemi inediti per chi si è occupato finora di lotta alla droga. Ma propone, soprattutto, una questione seria di cultura e di civiltà, perché prendersela solo con i ciclisti (persone che, comunque, faticano duramente per guadagnarsi la vita) serve a poco se non si assumono decisioni forti sul fenomeno considerato nel suo complesso. Innovando prima di tutto, perché di questo c’è bisogno, sul piano legislativo. Occupandosi un po’ meno degli spinelli, magari, ed un po’ di più di queste nuove droghe: le droghe del desiderio.