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I fatti di cronaca, dalla Sicilia a Milano, portano di nuovo la follia sulle prime pagine dei giornali. Suscitando paure e bisogni improvvisi di soluzioni forti e di discorsi rassicuranti. La prima a essere messa sotto accusa è subito la legge Basaglia votata il 13 maggio del 1978 da uno schieramento larghissimo di forze politiche. L’idea di liberare i matti dal manicomio era popolare, allora, di fronte alla sottolineatura continua dei torti che i matti subivano dentro al manicomio e al modo in cui una struttura nata per curarli li rendeva di fatto incurabili. L’idea apparentemente più popolare oggi è quella di rinchiudere di nuovo i matti nel manicomio di fronte alla sottolineatura continua del modo in cui liberarli non è stato sufficiente per guarirli. Per far sparire la follia dal mondo e dalla cronaca nera. Attacchi emotivi di questo tipo vanno respinti ragionando sui fatti. Dicendo, ad esempio, che uno studio comparativo basato sulla cronaca nera dei grandi quotidiani italiani dimostra che il numero dei delitti compiuto da persone palesemente folli è diminuito e non aumentato da quando i manicomi sono stati chiusi. Spiegando che ciò dipende soprattutto dal fatto per cui chi sta male oggi non è messo in difficoltà da quella paura di essere rinchiuso e segregato (come la mamma di Dumbo, l’elefante matto del cartone di Disney) responsabile, allora, di tante reazioni fuori misura. Chiedendo di accettare l’idea per cui aprire i manicomi non vuol dire eliminare la sofferenza psichiatrica ma solo tentare di curarla in modo più serio e più efficace sul territorio. Quello di cui dobbiamo prendere atto con chiarezza, però, è il numero enorme dei problemi che non potevano essere risolti da quella legge. Dire che fatti come quelli accaduti in questi giorni a Milano e in Sicilia sarebbero accaduti anche se la legge Basaglia non fosse stata approvata non è sufficiente a risolvere il problema. Quella di cui dobbiamo prendere atto è l’arretratezza di una visione della psichiatria basata sul rilievo e sulla cura dei sintomi invece che su una valutazione intelligente dell’equilibrio personale di un individuo. Chiarendo bene che i folli di cui si parla oggi avrebbero avuto il diritto di incontrare uno psichiatra capace di avviarli ad un percorso di cura invece di dare loro il porto d’armi: capace di esplorare la loro organizzazione di personalità, con l’aiuto anche dei tests necessari, per incontrare quei tratti del carattere che segnalano la paura degli altri del paranoico (che chiede alle armi un di più di sicurezza) o l’aggressività a fior di pelle delle persone troppo piene di sé (che cercano nelle armi il simbolo di una potenza superiore a quella di chi non ne ha). Pericolosi non sono tanto i pazienti con una sintomatologia psichiatrica evidente, infatti, i matti del vecchio manicomio, ma quelli che sono capaci di nasconderla dentro di sé, le persone apparentemente normali il cui squilibrio profondo è evidenziato, a volte, proprio dal bisogno di avere con sé un’arma oltre che dalla violenza delle reazioni a quelli che sono per altri fatti della vita. Il modo migliore di ricordare i venticinque anni di legge Basaglia sta nel riconoscimento delle necessità di provvedere ad un miglioramento forte, quantitativo e qualitativo, dell’assistenza offerta sul territorio: su linee che sono chiare per chi con la follia è costretto a convivere, lavorandoci, giorno dopo giorno. Proponendo la necessità di dare accesso alla psicoterapia a tutti coloro che ne hanno bisogno nell’ambito del sistema sanitario, prima di tutto. Moltiplicando le strutture in grado di offrire accoglienza residenziale e assistenza riabilitativa ai pazienti più gravi, ma profondamente rinnovando, soprattutto, la cultura dei servizi che debbono occuparsi anche di prevenzione. Quello che va cercato con pazienza è un incontro con le persone che nascondono la loro sofferenza dietro una crosta di normalità e che stanno troppo male, tuttavia, per essere considerati sani e normali. Un incontro del tipo di quello che Franco Basaglia seppe fare con i matti del manicomio. Avendo come lui pazienza, competenza, fiducia nell’uomo e nelle sue risorse. Ma avendo, in più, la capacità e la volontà di andare oltre la facciata dei sintomi: il che è indispensabile, probabilmente, per evitare che la psichiatria sconfini nella cronaca nera e che qualcuno ne approfitti per attaccare una legge di cui non conosce il testo e non sa riconoscere il valore. |