La cosa che più mi aveva colpito ieri sera arrivando allo stadio era l’atmosfera che si respirava in mezzo alla gente. Nessuna voglia o possibilità di violenza, come pure tante altre volte era accaduto per un derby. Lo stato d’animo più diffuso era una specie d’inquietudine, l’idea vaga che potesse succedere qualcosa. Quello che pesava un po’ su tutti, mi è venuto da pensare, era il pensiero del terrorismo e delle stragi. Uno stadio gremito, un pubblico televisivo straordinario che guarda contemporaneamente un po’ da tutto il mondo, una sostanziale impossibilità di esercitare quel tipo di controlli accurati che permettono di sentirsi abbastanza sicuri quando si sale su un aereo o su una nave venivano pensati e sentiti diffusamente, pensavo, come gli elementi costitutivi di una grande occasione per chi vuole colpire gente che non è in grado di difendersi. L’idea che l’Italia e Roma siano bersagli possibili del terrorismo prossimo venturo si è diffusa ormai fra la gente come un veleno sottile. Il risultato ieri sera era descrivibile forse come un sentimento largo di precarietà, come un bisogno di guardarsi intorno per cogliere negli occhi degli altri il riflesso dei propri pensieri. Inedito e interessante mi era apparso, in questo clima, perfino lo strano dialogo a base di striscioni che si era istaurato fra le due curve: battute mai aggressive, voglia di sfottersi scherzando, un modo alla fine di sentirsi tutti nella stessa barca, perché alla precarietà della situazione generale i tifosi laziali e romanisti aggiungevano ieri quella più specifica delle loro squadre. Sentendo tutti insieme di potersi associare all’idea proposta ai microfoni della radio da Francesco Totti per cui quello di ieri avrebbe potuto essere benissimo l’ultimo dei derbies giocati fra due squadre vere.

         Il fatto che in un clima come questo una notizia falsa, una non notizia, abbia potuto determinare delle scene di panico e di disperazione come quelle a cui abbiamo tutti assistito all’inizio del secondo tempo è sicuramente insolito ma è alla fine perfettamente comprensibile. Caratteristico della psicologia delle grandi masse è stato sempre il prevalere della comunicazione emozionale su qualsiasi tentativo di ragionamento. Il diffondersi di convinzioni infondate è estremamente facile in una situazione caratterizzata dall’impossibilità di verificare quello che davvero è successo e dalla violenza dell’emozione collettiva. Dotato di una sua pericolosa autonomia, il pensiero del grande gruppo è un pensiero estremamente primitivo e le menti individuali smettono il loro funzionamento autonomo nel momento in cui i processi emozionali si impadroniscono della loro capacità di valutazione critica ed autocritica. La paranoia è il frutto naturale ed inevitabile di questo tipo di situazioni e gli episodi dell’Olimpico ne sono una testimonianza assai evidente: destinato a rassicurare, il messaggio dagli altoparlanti sul bambino che non era stato ucciso semplicemente allargava l’ansia da quelli che già sapevano a tutti gli altri e la domanda che veniva più naturale per tutti era quella sulla veridicità dell’annuncio. Se fosse stato vero, ci si diceva, un altoparlante l’avrebbe forse ammesso? Con quale effetto?

         Piace sempre molto a chi racconta fatti di questo genere cercare e trovare delle spiegazioni semplici: il panico è stato creato intenzionalmente, si dice, c’era un accordo fra le tifoserie per fare casino. Lo sforzo, evidente, è quello di pensare e di dire che gli esseri umani hanno sempre un certo grado di controllo su quello che accade a loro e fra loro. La verità, molto più scomoda, è che siamo facilmente preda delle nostre emozioni. Che la “follia” è dietro l’angolo continuamente, per ognuno di noi. Che il momento più difficile, per ognuno di noi, è sempre quello in cui siamo costretti a prendere atto della precarietà dei nostri sistemi di controllo. Anche se è inevitabile che questo accada, a volte, se si è (come siamo oggi) immersi in una nuova, orrenda forma di guerra.