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La ricostruzione che viene proposta in televisione e sui giornali è di quelle che fanno pensare. Gli incidenti fra serbi e kossovari albanesi in cui hanno finito per perdere la vita quasi trenta persone sono nati da uno scontro fra ragazzi. Inseguiti dai loro coetanei serbi e dai loro cani, tre ragazzi albanesi sono caduti in un fiume che li ha travolti ed uccisi. E’ per vendicare i ragazzi che gli albanesi hanno di nuovo assalito i serbi all’interno di una spirale d’odio che ha finito per coinvolgere i soldati della forza multinazionale che dovrebbe assicurare la pace in quel territorio di confine. Uno di loro, un francese, è morto così: nel tentativo di opporsi a questa specie di follia collettiva. Assicurare la pace. Questo è il mandato di tanti soldati europei in giro oggi per il mondo. Al di là delle polemiche, tuttavia, come si fa oggi a raggiungere uno scopo come questo? Dissuadere con la forza delle armi o, più realisticamente, con il possesso unilaterale delle armi è stato sentito regolarmente come necessario all’inizio. La costruzione della pace richiede però la messa in opera di programmi più complessi: di ordine economico e politico, sicuramente, perché la miseria e la mancanza o la carenza grave di istituzioni democratiche sono difficilmente compatibili con il mantenimento della pace ma anche, e soprattutto, con un’azione basata sul tentativo di capire e di far capire che l’odio e la vendetta sono sentimenti e bisogni estremamente primitivi: in Oriente come in Occidente. Il fatto di questi giorni in cui tutto è cominciato dall’azione pazza di un gruppo di ragazzi dimostra con chiarezza, però, che è proprio su questo punto che le iniziative di pace continuano ad essere terribilmente deboli. Più che di soldati, mi viene da pensare, ci sarebbe bisogno, in Kossovo, di maestri e di formatori. Di sociologi e di antropologi capaci di suggerire strategie utili alla ritualizzazione del conflitto, al riconoscimento ed alla valorizzazione delle differenze, alla presa di coscienza della possibilità di farle crescere insieme. Quella di cui ci sarebbe stato bisogno e di cui ci sarebbe bisogno ancora oggi, forse, è un’autorità in grado di organizzare dei tornei di calcio con la partecipazione di tutti i ragazzi appartenenti alle diverse etnie, iniziative ben pubblicizzate volte a promuovere ed a premiare gli atti di solidarietà, programmi scolastici capaci di coinvolgere le famiglie in un tentativo di approfondire la cultura, le tradizioni, le ragioni ed eventualmente la lingua (il bilinguismo che diventa norma sociale diffusa ha funzionato in tanti luoghi di confine) di un altro che viene percepito naturalmente come un nemico. Il ruolo da attribuire alla scuola in questo tipo di progetto è sicuramente cruciale. I comportamenti più pericolosi in situazioni di questo genere sono sempre quelli che si mettono in moto naturalmente, quelli su cui non si ha il tempo di riflettere nel momento in cui si incontra il “nemico” e che sono il riflesso immediato di convinzioni profondamente interiorizzate. La fase in cui l’essere umano normale interiorizza, facendole proprie, la gran parte delle sue convinzioni (e dunque dei suoi pregiudizi, delle sue aspirazioni e dei suoi sogni: buoni o cattivi) è tuttavia proprio quella della preadolescenza perché è in quell’età delicatissima, dai sette otto anni in poi, che la persona definisce gran parte dei suoi orientamenti futuri ed è ai ragazzi di quell’età che bisognerebbe soprattutto rivolgersi, dunque, nel tentativo di costruire una pace vera: quella che non viene assicurata dalla presenza di terzi ma che viene vissuta come un bene superiore da tutti quelli che hanno la possibilità di goderne. Il problema, alla fine, è quello del senso da dare alla parola politica. Se ne parla spesso in modo riduttivo dando quasi per scontato che politica sia solo valutazione dei rapporti di forze e dei fattori di ordine economico. Quello di cui dovremmo prendere sempre più chiaramente coscienza è che molti disastri del passato e del presente sono legati, invece, alla sottovalutazione gravissima che si è fatta, facendo politica, del fattore Uomo. L’ uomo è tutt’uno con la sua cultura e con le sue radici, infatti, agisce e si muove non in rapporto alla logica astratta dei vincitori che si sentono portatori di civiltà ma in rapporto all’insieme dei sentimenti, delle lealtà, dei legami che gli sono cresciuti dentro: sognando magari di poter essere, un giorno, il giustiziere del suo popolo. Se partiamo da qui, tuttavia, quello che dobbiamo sapere è che la costruzione della pace è possibile solo se si tiene conto fino in fondo dell’altro, del suo diritto ad essere ascoltato e rispettato. Dal carattere pacifico e democratico, cioè, mai prevaricatore o distruttivo, del nostro modo di rapportarci a lui perché la pace del suo paese dipende, alla fine, da lui e non da noi. |