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L’assemblea nazionale della Società Psicoanalitica Italiana, riunita a Roma il 9 marzo del 2003 ha deciso di pronunciarsi contro l’idea di una guerra che in molti considerano oggi già iniziata. Lo ha fatto dall’interno di una riflessione che non ha nulla a che fare con gli schieramenti e con le appartenenze politiche. Proponendo un discorso in accordo sostanziale con quello del Papa e di tanti uomini di Chiesa dal pulpito, rigorosamente laico, delle persone che passano la loro vita nel tentativo di capire il funzionamento della mente umana e l’origine dei nostri comportamenti più patologici. Il primo dei quali, sostengono gli psicoanalisti italiani, è la guerra, espressione immediata di un Disagio della civiltà di cui parlò per primo Freud in margine a quella prima guerra mondiale che così profondamente lo colpì nei suoi affetti familiari e nella sua capacità di avere fiducia nel futuro dell’umanità. Mettendolo impietosamente di fronte al fallimento di tutti gli sforzi volti all’ascolto e al controllo dell’aggressività e impietosamente costringendolo a ragionare, con tristezza infinita, sulle derive inevitabili della distruttività umana e sul modo in cui diventano inutili, quando processi di questo tipo si mettono in moto, tutti i tentativi della ragione. I conflitti sembrano e vengono presentati sempre come ben delimitati all’inizio, infatti, e tutti coloro che decidono di fare una guerra sono sempre convinti del fatto che durerà poco e della possibilità di controllare la sequenza di eventi che si sta per mettere in moto. La storia di allora e di sempre dimostra che questo tipo di illusioni viene spazzato rapidamente via, però, da uno sviluppo rapidamente irresistibile di eventi che non dipendono più dalla volontà dei singoli e il rischio legato a questo tipo di sviluppo è ancor più forte oggi, in un momento della storia del mondo in cui quella cui ci troviamo di fronte è la possibilità vera di una fine del mondo o dell’umanità: resa possibile, come dice il documento degli psicoanalisti italiani, “dal potenziale distruttivo accumulato su tutta la terra nel corso di questi ultimi decenni”. Perché si fa sempre più lontano, nei discorsi dei leaders politici, il ricordo di Hiroshima e di Nagasacki e sempre più pesante l’allusione alla possibilità di fare ancora ricorso alla utilizzazione di armi atomiche. All’interno, anche su questo punto gli psicoanalisti italiani sono molto chiari, di un gioco incredibilmente vecchio. Due secoli sono passati dal tempo in cui l’illuminismo pensava di aver dimostrato con chiarezza il primato necessario della ragione e la necessità di considerare relativo e legato al punto di vista di chi lo mette in opera ogni tentativo di distinguere in modo troppo netto il bene dal male e uomini vi sono ancora, nel mondo, capaci di lanciare campagne di odio contro quello che continuano a definire “impero del male”: utilizzando un linguaggio difficile da accettare, oggi, anche da un bambino di otto o dieci anni. Giustificando la guerra con argomenti, cioè, cui qualcuno poteva credere forse al tempo delle Crociate o delle guerre di religione e dimostrando, con l’ingenuità paradossale dei loro discorsi, i livelli paurosi di immaturità emotiva loro e di chi sui loro discorsi si mobilita. Dimenticando che, come ben dice Trilussa “spesso er nemmico è l’ombra che se crea/pe’ conserva’ un’idea:/ nun c’è mica bisogno che ce sia”. Incontrando resistenze forti, tuttavia. Perché mai come in questa occasione, d’accordo con Trilussa, l’opinione pubblica ha saputo sfidare, in tutto il mondo, l’enfasi retriva dei leaders e perché mai come in questa occasione tanti hanno sentito il bisogno di unire “la propria voce” (Freud, 1907: “La voce dell’intelletto è fioca, ma non ha pace finché non ottiene ascolto”) a quella di quanti, in questa Città e nel mondo, l’hanno levata in favore della pace e della soluzione sopranazionale dei conflitti.
Luigi Cancrini |