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Sono stato un tifoso di Marco Pantani. Nell’anno in cui vinse il Giro e il Tour mi è capitato di liberarmi dagli appuntamenti per poter seguire in diretta, in un bar vicino allo studio, le tappe che pensavo potessero essere decisive. Un po’ come era stato per Fausto Coppi, quello che colpiva di Pantani era l’enormità della fatica, il livello quasi disumano della sofferenza che gli era necessaria per vincere. Quando scoppiarono le polemiche sul livello del suo ematocrito, mi ritrovai a pensare da medico com’era possibile sottoporsi a quell’ età ad un rischio così alto. Non sapremo mai con certezza se i globuli rossi del suo sangue erano cresciuti tanto solo per la durezza degli allenamenti o anche per colpa di sostanze che allora erano tanto in voga nel ciclismo, nel calcio e in tanti altri sports. Quello che è certo però è che la possibilità di star male, per Pantani, era spaventosamente vicina e che lui non si sarebbe fermato se qualcun altro non l’avesse costretto. C’è un filo rosso che lega la vicenda di allora con quella di questi ultimi giorni? Io credo proprio di si. Persona difficile, schiva, Pantani dava l’idea di vivere per la sua bicicletta e per lo sport che amava. Dava l’idea di inseguire la vittoria come se inseguisse il riscatto da una vita in cui non si era mai trovato bene. Non si presentava come una persona che prova piacere in una pratica sportiva, dava l’idea di una persona che non può fare a meno delle gare e della speranza di vincerle. Per questo, credo, era così amato dai suoi tifosi, per lo spasimo continuo della volontà, per la fragilità delle emozioni e dei sentimenti che lasciava intuire dietro la grandiosità dei suoi successi. Per la solitudine confessata nel primo piano delle interviste televisive da quella piega amara della bocca, per quella volontà faticosa e indomabile che gli aveva procurato il soprannome di Pirata. Non è difficile in fondo immaginare quello che può succedere ad un uomo così nel momento in cui un insieme sfortunato di circostanze lo fa diventare il simbolo del doping sportivo. L’impossibilità di continuare a correre è legata dapprima ai provvedimenti disciplinari ma può diventare ancora più pesante quando si lega alla consapevolezza di non poter più correre ai livelli cui era abituato. Il discorso fatto giorni fa ad un amico sulla decisione di smettere doveva essere inteso forse come un discorso che annunciava la tragedia di adesso. Più tardi l’ uso dei farmaci ansiolitici e antidepressivi consigliati dai medici o dalla pubblicità e quello dei farmaci illegali consigliati da qualcuno che aveva interesse a venderli non sarebbe servito a curare, purtroppo, sarebbe servito solo a prendere tempo ed a tenere lontano il dolore del pensiero. Procurando un sollievo che è, purtroppo, del tutto illusorio e che dura sempre di meno quando la necessità di aumentare le dosi e la frequenza delle assunzioni arriva a trasformarsi in un meccanismo infernale. E poco cambia davvero, a questo punto, se la dose che supera il livello di resistenza di quell’organismo sia stata assunta da una persona che guardava lucidamente alla possibilità di morire. Quello che conta per uno che se ne sta chiuso da solo nella stanza di un residence dove non vuole che nessuno lo cerchi è il bisogno di non pensare e di soffrire il meno possibile. Forse perché l’unica cosa che confusamente senti, in quei momenti, è che non c’è più nessuno là fuori che possa ancora credere in te. |