Vorrei fare gli auguri di Buon Natale a tutti quei bambini cui nessuno ha il tempo, la voglia o la possibilità di offrire un buon Natale. Alle centinaia di migliaia di bambini malati di AIDS condannati a morte da un mondo in cui l’accesso alle medicine da parte di chi ne avrebbe bisogno è ostacolato dall’avidità di chi le produce e dalla debolezza economica dei paesi in cui l’AIDS oggi è la più importante delle cause di morte. Ai bambini travestiti da soldato, costretti ad imbracciare e ad usare le armi all’interno di guerre tribali che continuano a sfuggire ad ogni tipo di controllo. Ai bambini venduti come oggetti da chi organizza intorno a loro il commercio degli organi da trapiantare o quello che con troppa leggerezza si continua a chiamare “turismo sessuale”. Ai bambini che sono costretti a mendicare anche in questi giorni di festa nelle strade delle nostre città. Ai bambini che non hanno scuole da frequentare. Ai bambini protagonisti di quegli “Orrori” rappresentati con tanta forza da Aldo Forbice nel libro che ha questo titolo e che dovrebbe essere letto, oggi, in tutte le scuole del mondo.

         Vorrei fare gli auguri di Natale ai bambini che sono nati dalla parte giusta, nei paesi ricchi e “civili” dell’Occidente,  e che hanno avuto la sfortuna di nascere in una famiglia sbagliata. Ai bambini abusati. Ai bambini resi soli e infelici dalle liti senza fine e senza senso di genitori che non hanno avuto la possibilità o la capacità di diventare genitori veri. Ai bambini che crescono, senza capirne il perché, in un clima di violenza e di stanchezza, di mancanza d’amore e d’attenzione. Ai bambini di cui si parla come se fossero oggetti che appartengono a un padre,  a una madre o a un nonno prima che a sé stessi. Ai bambini di cui alla fine nessuno si accorge mentre se ne stanno lì con i loro grandi occhi stanchi, spalancati su adulti che dicono di amarli e che si comportano come se non li vedessero.

         Vorrei fare gli auguri di buon Natale ai bambini infelici che si nascondono dentro ai persecutori dei bambini di oggi. Il mio lavoro e la mia vita mi hanno insegnato che si tratta sempre o quasi sempre di persone che fanno agli altri quello che qualcun altro, tanto tempo fa, ha fatto a loro e che hanno avuto, in più, solo la sfortuna di sopravvivere alla violenza da cui sono stati segnati per sempre.

         Mi sono chiesto tante volte, in questi anni, se sarebbe giusto considerare i crimini che si fanno contro l’infanzia “crimini contro l’umanità”. Se non sarebbe giusto utilizzare forze di polizia internazionali per accertare chi dà armi ai bambini o li offre in pasto ai malati di pedofilia. Se non sarebbe giusto mobilitare folle come quelle che invadono le piazze per difendere i propri sacrosanti diritti proponendo, per una o più volte, come obiettivo della loro protesta la “giusta causa” di chi vuole far arrivare le medicine ai bambini africani che muoiono di AIDS. Se non sarebbe giusto costringere i governi a stanziare, per i bambini che soffrono e per la  necessità di curarli, qui ed altrove, una somma almeno venti volte superiore a quella spaventosamente insufficiente con cui i paesi poveri e i Comuni italiani sono costretti ad intervenire oggi. Basta conoscere uno di questi bambini per sentirsi un brivido nella schiena quando un politico importante, di quelli che parlano in televisione, se ne esce con espressioni del genere “contenimento della spesa”. Viene soltanto a me la voglia di costringere i parlamentari a parlare di “stato sociale” avendo in aula i bambini che stanno male e di cui nessuno si occupa? A rendere loro conto, guardandoli negli occhi, di quello che dicono e che fanno approvando la “finanziaria”?

         L’ultimo augurio di buon Natale che vorrei fare riguarda i bambini che stanno bene, che hanno famiglie vere, alberi di Natale, feste e presepii. Sperando che abbiano presto la fortuna di incontrare, di riconoscere e di amare i bambini che sono nati nei paesi o nelle famiglie sbagliate: sono incontri come questi, mi dico, quelli che potrebbero aiutarli a costruire un mondo migliore di quello che abbiamo costruito noi.