Gli arbitri sbagliano. Su questo, mi pare, non può esserci dubbio. Ma da cosa dipende l’errore? Se sono lontani dall’azione, se la prospettiva da cui guardano non è quella giusta, se un giocatore diverso da quello che commette il fallo li “copre”, la ragione dell’errore è semplice, sta nelle cose. Negli altri casi, quello che viene da pensare subito è che siano in malafede, che sbaglino, sapendo di sbagliare, mossi da una motivazione consapevole e malvagia su cui si discute a lungo, nel corso della settimana, nei talk-show televisivi. Farina voleva fare un dispetto alla Roma e un piacere a Moggi decidendo di non estrarre il rosso per Buffon? Alcuni lo dicono e in molti lo pensano. Altrimenti, sostengono, non avrebbe commesso un errore apparso subito “così grossolano” al più neutrale e meno competente degli spettatori.

Analizzato dal punto di vista di chi si occupa di funzionamento della mente, il problema è, in realtà, molto più complicato. Aveva cominciato Freud esattamente un secolo fa, nel 1902, a scrivere un libro (La Psicopatologia della Vita Quotidiana) in cui si studiava il lapsus, l’errore in buona fede, cioè, in cui incorriamo tutti: insegnando a scoprire, nel colloquio, le ragioni segrete, ignote alla coscienza, che guidano il comportamento di chi sbaglia in una direzione diversa da quella che lui vorrebbe. C’è una mole enorme di dati sperimentali oggi per confermare l’ipotesi di quello che era allora un ricercatore ribelle e solitario.

Ragioniamo per un attimo su Racalbuto che ammonisce Cassano. L’impressione immediata è quella di un intervento rivolto alle proteste del giocatore. Il clima sugli spalti è acceso, l’arbitro vorrebbe mettere un freno (questo penso sia stato il suo pensiero cosciente) alle sceneggiate dei giocatori e alle intemperanze del pubblico. L’effetto raggiunto, tuttavia, è esattamente il contrario di quello desiderato. Ripensandoci a mente fredda credo che Racalbuto non abbia alcuna difficoltà a rendersene conto. Che cosa è successo dentro di lui per fargli fare un errore di valutazione così evidente?

Dobbiamo senz’altro partire, per rispondere a questa domanda, da una considerazione semplice sulla situazione in cui l’arbitro è chiamato a prendere le sue decisioni. Deve farlo d’istinto in modo quasi automatico perché non ha la possibilità di darsi il tempo necessario per riflettere. Come fanno gli atleti che decidono, d’istinto, se tentare il colpo di testa o di piede, il fallo o il tuffo. Come accade agli astronauti o, in altri contesti, ai chirurghi o agli psicoterapeuti. Come vengono addestrati pazientemente a fare, cioè, tutti quelli che nel lavoro possono trovarsi di fronte agli imprevisti o alla necessità di agire istantaneamente. La formazione serve, in tutti questi casi, per addestrare l’istinto, per aiutare le parti non coscienti della nostra mente a tirare fuori con il massimo di rapidità e con il massimo di automatismo possibile quella che verrà considerata, a posteriori, la risposta giusta. Io lo verifico ogni giorno in terapia, quando metto (me stesso e) gli allievi di fronte a quello che hanno davvero detto o fatto, d’istinto, prima di pensarlo di fronte a quel paziente o a quella coppia. La nostra risposta, infatti, stupisce spesso noi stessi che l’abbiamo data e che ce la troviamo davanti sul nastro: cercando di razionalizzarla, di spiegarla (a noi stessi prima che agli altri) sulla base di un ragionamento fatto dopo.

Tornando agli arbitri, ho tentato di offrire, in queste stesse pagine, degli esempi sulle motivazioni possibili di alcuni lapsus arbitrali di queste ultime settimane. Proponendo, ovviamente, quelle che sono solo delle ipotesi. E sapendo, tuttavia, che esse ci permettono di superare, in quanto ipotesi plausibili, il bivio troppo stretto e sostanzialmente sterile della discussione sull’errore fatto in buona o in cattiva fede. Riportandoci all’arbitro come essere umano, influenzabile, in modo evidentemente collegato alla peculiare struttura della loro personalità, dalle pressioni esterne. Del campo e non del campo. Portandoli a decisioni sbagliate ma largamente indipendenti dalle loro intenzioni coscienti  e collegate, invece, a quello che può essere ricostruito, dopo, come un inganno della percezione. Quando il bisogno non consapevole di affermarsi come persona o di difendersi da una paura di essere giudicati li influenzano troppo, infatti, quello che può accadere è che il loro apparato percettivo li porti a sopravvalutare l’importanza di un particolare e/o sottovalutarne un altro. La mano del difensore sulla maglia dell’attaccante può diventare centrale e decisiva, insomma, quella dell’attaccante sul difensore può restare fuori dal campo percettivo se la motivazione inconscia che prevale è quella per cui quel rigore, in quel momento, deve essere dato.

 

Concretamente e guardando al futuro. Il clima che si respira intorno agli arbitri e la violenza delle pressioni cui essi sono esposti quotidianamente hanno superato da tempo il livello di guardia. Quello che ci si può aspettare in queste condizioni è che gli errori aumentino e che diminuisca sempre di più il numero di quelli che reggono a lungo il peso delle responsabilità che vengono gettate sulle loro spalle. In attesa che innovazioni forti di ordine tecnologico cambino la situazione attuale, tuttavia, qualcosa si dovrebbe pur fare contro il circolo vizioso dei lapsus e della loro drammatizzazione mediatica: un circolo vizioso che sta avvelenando il mondo del calcio e il divertimento di noi tutti. Immaginando, per esempio, che gli arbitri siano messi in condizione di lavorare regolarmente con un terapeuta esperto, individualmente o in piccoli gruppi, sui loro errori e sulla complessità delle loro motivazioni. Imparando a tirarsi fuori quando il carico d’ansia è troppo forte. Come in tante situazioni fanno già gli atleti e, a volte, le squadre. Facendosi carico fino in fondo dell’importanza della funzione che svolgono: la più importante e la più difficile fra tutte quelle che si svolgono nel mondo del calcio.


 

TRE EPISODI, UNA SCHEDA E UNA AVVERTENZA SUI LAPSUS ARBITRALI

 

1.                          Cassano salta in dribbling due avversari. Uno di loro lo tocca, Cassano accentua la caduta. Racalbuto fa segno di continuare, Cassano protesta, Racalbuto lo ammonisce. L’ipotesi che vorrei proporre è la seguente. Racalbuto ha deciso, probabilmente fin dall’intervallo, di intervenire sui giocatori che protestavano perché attribuisce a loro il nervosismo che cresce nel campo e sugli spalti inviando un messaggio della serie: “smettetela di innervosire il pubblico”.

L’intenzione è ragionevole dunque e l’uomo Recalbuto aspetta da un po’ di tempo (dall’intervallo e dall’inizio del secondo tempo?) l’occasione di tradurla in fatti. L’inconscio lo tradisce, tuttavia. L’errore percettivo è quello che amplifica il particolare “accentuazione della caduta” e minimizza il contatto con l’avversario. Il lapsus consiste nel fare la cosa giusta nel momento sbagliato. Ottenendo un effetto del tutto opposto a quello sperato: con i giocatori e con il pubblico. La motivazione non consapevole che lo porta ad agire in questo modo potrebbe essere legata (questa è la mia ipotesi) ai fischi e alla durezza delle contestazioni che ha ricevuto nella prima parte di una gara fra le più importanti di quelle che ha diretto finora. Si è preparato con scrupolo, ha investito molto su questa grande occasione. Sente di averla persa, è arrabbiato con un pubblico che ha sentito come prevenuto nei suoi confronti e, probabilmente, con se stesso. Il suo inconscio lo condanna ad un errore che obbedisce a due motivazioni inconsce: al suo bisogno di vendicarsi dei fischi (con un attacco aperto al pubblico) e a quello di punire se stesso (con la brutta figura che fa).

 

2.                          Per tutta la settimana molti giornali hanno insistito sull’idea per cui l’unico in grado di dare garanzie di equità ad una Roma tartassata dagli arbitri era Collina. Questo tipo di affermazioni fa piacere, ovviamente, ma in Collina, che è persona estremamente scrupolosa e attenta ai giudizi che si danno su di lui, crea un certo imbarazzo. Critiche forti gli sono piovute addosso, alcuni mesi fa, per una partita (Venezia-Roma 2-2) in cui fischiò due rigori a favore della Roma nei minuti finali dell’incontro. L’inconscio di Collina (la mia è, ovviamente, un’ipotesi: con lui sarebbe interessante parlarne) è spaventato da quello che potrebbe verificarsi in Roma-Parma. Quello che lui non può permettersi (quello che il suo inconscio non può permettergli) è un comportamento che possa anche solo sembrare favorevole alla Roma. Deve, Collina, dimostrare a tutti (e prima di tutto a se stesso) la sua assoluta imparzialità. Quando Aldair e Bonazzoli si scontrano in area di rigore, la situazione è di quelle dubbie, che in altri momenti non sono giudicate fallose. Se il dubbio “fischio o non fischio” è al 50% (così, mi è sembrato, si sono divisi i moviolisti) un arbitro bravo normalmente non dà il rigore. Lo dà, però, se c’è una motivazione inconscia a darlo: aiutata dal solito errore percettivo che amplifica solo per lui (e non per la moviola), in questo caso, il particolare della mano di Aldair.

 

3.                          Le polemiche sugli arbitraggi che favoriscono la Juventus sono all’ordine del giorno da anni. Che le partite con la Roma siano “preparate” da arbitraggi che giocano sulle espulsioni e sulla somma di ammonizioni viene affermato, ugualmente da anni. Chiamato ad arbitrare Juventus-Bologna, Farina si trova di fronte ad una situazione estremamente delicata perché penalizzare la Juventus vorrebbe dire dar ragione (“stavolta ci hanno sentito!”) a critiche che riguardano l’intera classe arbitrale: dimostrando che gli arbitri hanno paura di chi grida. L’inconscio lo guida verso scelte misurate, non punitive. Di fronte ad un rigore incerto per lui e per molti osservatori (il contatto tra Ferrara e Cruz c’è stato o Cruz si è semplicemente sbilanciato scivolando?) Farina si trova di fronte al gesto che gli viene da dentro e che gli dice di far proseguire il gioco. Di fronte al fallo certo di Buffon, il rigore è d’obbligo, seguito da un attimo di incertezza (che esprime, a mio avviso, tutto il suo disagio) e da un giallo che esprime il bisogno di non esagerare. Il particolare amplificato dall’errore percettivo è, in questo caso, la direzione laterale su cui il pallone si allontana dai giocatori: suggerendo la falsa idea di una “non chiara occasione da goal”.

 

SCHEDA

Il modo in cui un errore percettivo si determina in base ad una pressione psicologica è stato dimostrato da Asch con un esperimento cruciale.

“Egli chiedeva a gruppi di sette studenti di indicare, tra diverse linee parallele, quali erano di uguale lunghezza.

Sei dei componenti del gruppo avevano avuto disposizione però di dare in modo uguale le stesse risposte sbagliate; e ciò mentre il settimo (il vero soggetto) era seduto in modo che il suo turno fosse sempre il penultimo, dopo che prima di lui cinque persone avevano già dato la stessa risposta sbagliata.

Asch poté verificare che in questa situazione interpersonale solo il 25 per cento dei soggetti aveva la forza di vedere bene, e che il 75 per cento andava incontro ad un errore percettivo di cui non aveva coscienza esprimendo un giudizio uguale a quello dei sei che avevano “barato” davanti a lui. Riparlandone, non sapeva di aver sbagliato ma accusava forti sensi di ansia e di confusione.

Pensiamo per un attimo che un osservatore si occupi del problema senza conoscere il trucco. Il comportamento del soggetto viene esaminato isolatamente, e senza prender in considerazione il contesto interpersonale.” La persona che sbaglia non può che essere considerata “cieca” o “in malafede”. Il suo errore, tuttavia, resta ignoto a lui stesso finché qualcuno non gli spiega l’imbroglio in cui è stato coinvolto.

 

 

AVVERTENZA

Chi scrive avendo visto da fuori fa delle ipotesi su dei lapsus. Parlarne con calma con i protagonisti sarebbe indispensabile per verificarne la validità. Quello che mi sembra evidente, tuttavia, è che questo tipo di spiegazioni è plausibile e che il loro ambito di applicazioni è estremamente vasto. Immaginiamo ora che gli arbitri discutano i loro lapsus all’interno di un piccolo gruppo guidato da un terapeuta esperto. Protratta per un tempo sufficiente, un’esperienza di questo tipo potrebbe aiutarli molto a migliorare la loro capacità di scegliere la reazione giusta, quella meno influenzata dalla pressione delle loro emozioni inconsce.