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La sentenza pronunciata dal giudice nel processo penale a carico dell’educatore che ha fatto sesso con un ragazzo handicappato di diciotto anni è una sentenza che mi lascia molto perplesso. Il fatto che il ragazzo fosse consenziente non è sufficiente (questo almeno è il mio parere) ad affermare che l’adulto non gli ha usato violenza. Il rapporto che lega un educatore ad un ragazzo handicappato all’interno di un istituto non può essere considerato in nessun caso, infatti, come un rapporto paritario in cui ognuno dei due è libero di scegliere e di decidere. Le responsabilità di un educatore in una struttura assistenziale non sono molto differenti da quelle di un terapeuta che si prende carico del suo paziente. L’ascendente che il suo ruolo gli chiede di avere è naturalmente amplificato dall’handicap del suo assistito e può trasformarsi facilmente in fascino se quest’ultimo ha un particolare bisogno di affetto. Quella di cui non c’è alcun bisogno, in casi di questo tipo, è proprio la violenza che il giudice esclude con la sua sentenza: come accade con i bambini e con gli adolescenti che sono spesso consenzienti, ed a lungo, con il genitore o con l’adulto che approfitta di loro. Troppo grande è il bisogno d’affetto che essi hanno, infatti, e troppo grande è la loro fiducia in quello che di loro in questo modo comunque si occupa perché possano avere dei dubbi sulla bontà di quello che lui fa per loro. Un modo ragionevole di porre il problema è, ancora oggi, quello di Ferenczy, uno dei primi allievi di Freud, che proponeva, parlando di bambini abusati, la teoria ancora attuale, a mio avviso, del doppio linguaggio. Sostenendo che regolarmente gli adulti che fanno sesso con dei minori trascurano la tendenza di chi si trova in una condizione di debolezza a dare senso di discorso d’amore, nella pienezza del suo significato, a quello che per l’adulto è un discorso di affetto molto più parziale basato soprattutto sulla soddisfazione del desiderio sessuale. I bambini restano feriti così profondamente da queste esperienze, secondo Ferenczy, soprattutto perché si rendono conto, da un certo momento in poi, di essere stati fraintesi in quella che era solo una richiesta d’affetto Di essere stati traditi, insomma, da perone che non hanno per loro l’amore che avevano sperato (immaginato) di ricevere da un adulto che loro avevano inutilmente (e troppo generosamente) idealizzato. E’ per questo motivo, essenzialmente, che credo di dover ripetere ancora una volta il mio dissenso dalle motivazioni che sono state date per spiegare questa sentenza. Il tipo di relazione che si stabilisce con l’altro dipende dall’età mentale, non da quella cronologica. E’ sull’età mentale di sei anni del ragazzo handicappato ci si sarebbe dovuti basare per stabilire se il suo poteva essere considerato davvero come un consenso. Dire che quella che è stata affermata in questo modo è la “capacità di autodeterminazione dell’infermo di mente per quanto attiene alla sfera della sua sessualità” mi sembra gratuito da una parte irriverente dall’altra. Quella che manca, a mio avviso, in tutta questa vicenda, è soprattutto la capacità di guardare con rispetto alle esigenze reali di quello che è più debole di noi e che da noi purtroppo in molti modi dipende. Una capacità su cui dovrebbero basarsi sempre coloro che svolgono attività professionali centrate sul tentativo di aiutare gli altri. Una capacità che, mi pare, è venuta clamorosamente meno in una situazione di cui il giudice avrebbe dovuto occuparsi in modo diverso: mettendo l’adulto di fronte alle sue responsabilità ed al bisogno, suo e soprattutto suo, di chiedere aiuto. Per sé stesso e per gli altri. |