L’errore più grave compiuto nei confronti di Anna Maria Franzoni dal giudice che ha disposto la perizia è, a mio avviso, di ordine concettuale. L’idea per cui un collegio peritale potesse esprimersi sulla capacità di intendere e di volere della Franzoni è del tutto priva di senso, infatti, nella misura in cui la giurisprudenza ha ben chiarito che la carenza della capacità di intendere e di volere va riferita al fatto e non alla persona in quanto tale e perché, in questo caso, il fatto non era accertato né ammesso. Quello cui i periti avrebbero potuto rispondere dando un contributo importante al lavoro dei giudici era un quesito relativo alla compatibilità. Formulato più o meno in questo modo:  è o non è la struttura di personalità della madre di Samuele compatibile con l’ipotesi di un omicidio a danno di un figlio di tre anni? Perché il punto da cui una moderna cultura psicopatologica ci costringe comunque a partire (d’accordo peraltro con il senso comune) è quello dell’idea per cui un delitto di questo tipo non può essere commesso da una persona normale. Può essere commesso soltanto da una persona che soffre di un disturbo grave della personalità: un disturbo che deve dare, perché lo psichiatra possa diagnosticarlo, segni evidenti di sé nella storia e nella vita di quella persona.

Tornando alla madre di Samuele, le ipotesi che si possono fare su un disturbo di personalità compatibile con un delitto come il suo, se lei davvero lo ha commesso, sono soltanto due: il disturbo di personalità antisociale e il disturbo dissociativo (un tempo isterico) di personalità. Del primo non è il caso neppure di parlare perché porre quella diagnosi è possibile solo se si osserva “un quadro pervasivo di inosservanza e di violazione dei diritti degli altri, che si manifesta fin dall’età di 15 anni con incapacità di conformarsi alle norme sociali per ciò che concerne il comportamento legale, disonestà per profitto o per piacere personale, impulsività, scontri o aggressioni fisiche ripetuti, inosservanza spericolata della sicurezza propria e degli altri e irresponsabilità individuale”, e perché la storia e la vita di Anna Maria Franzoni non forniscono elementi utili, dunque, a suffragare questo tipo di diagnosi.

Il secondo tipo di orientamento diagnostico, quello centrato sulla personalità isterica (o, più modernamente, dissociativa) è più difficile da valutare sulla base delle poche notizie che filtrano dai giornali o dalla televisione. L’idea, in questo caso, è quella di una persona che può vivere una vita normale e che va incontro, in periodi ben definiti, a crisi caratterizzate da un restringimento dello stato di coscienza. Gli atti compiuti all’interno di queste crisi vengono rimossi (cioè, di fatto, dimenticati) mentre la persona riprende il suo comportamento abituale. Quando queste crisi sono frequenti, gli psichiatri parlano di personalità multipla. Quando sono rare, l’idea è quella di stati di trance che si determinano in momenti di difficoltà importanti della persona, in fasi di conflitto percepito come non risolvibile e di sovraccarico emotivo forte. In tutti e due i casi, quella che colpisce, nei periodi di “normalità”, è la tendenza a mantenere un grande controllo sulla espressione delle proprie emozioni, un atteggiamento che Charcot, il grande psichiatra francese dell’ ‘800, connotava come “la belle indifférence” caratteristica di questo tipo di pazienti. Qualcosa che risuonerebbe qui, nel caso della mamma di Samuele, nel modo un po’ freddo, scostante e sicuramente indecifrabile che le è stato attribuito dalle immagini televisive (alienandole la simpatia di tanta gente comune) e che avrebbe potuto essere verificato con cura da una perizia meglio orientata: basata sulla utilizzazione, cioè, di competenze psicoterapeutiche in un contesto completamente diverso da quello che si è realizzato all’interno di un carcere in cui la Franzoni non avrebbe mai dovuto entrare: perché una persona che ha commesso un delitto come quello è una persona malata e perché mandarla in carcere non poteva avere come effetto altro che un rinforzo della rimozione e dell’amnesia. La rimozione e l’amnesia si superano all’interno di una relazione personale basata sulla fiducia e sulla vicinanza. Freud lo ha insegnato ormai da più di un secolo. In troppi, giudici e periti, continuano ancora oggi a dimenticare.