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Perché i “Quaderni di Saman” Sono otto anni, ormai, che lavoro con Saman. Libero da responsabilità di tipo organizzativo e gestionale, ho avuto la possibilità di sviluppare in quella sede, con la libertà propria del Direttore Scientifico e con l’aiuto prezioso di Francesco Colacicco, una esperienza antica in tema di dipendenza da farmaco. Incontrandomi, attraverso la Comunità, con il quotidiano dei tossicodipendenti e degli operatori. Incontrandomi, soprattutto, con la possibilità di verificare le idee che mi ero fatto, le ipotesi su cui avevo fondato il mio lavoro di psicoterapeuta nel confronto con la realtà dei tempi lunghi e dei decorsi. Avevo scritto tanti anni fa, al tempo di Quei temerari sulle macchine volanti, che la Comunità Terapeutica poteva e doveva essere considerata un tempo, a volte fondamentale, di un percorso terapeutico complesso. L’incontro con Saman mi ha permesso di impostare un ragionamento basato su questa premessa, su questo tipo di convinzione. Gli ostacoli in questa direzione, storicamente, non erano pochi. Nate al di fuori della tradizione e del discorso scientifico più tradizionale sulla psicologia e sulla psicopatologia delle tossicodipendenze, le Comunità Terapeutiche più importanti hanno impostato il loro discorso iniziale sul rapporto con l’essere umano da incontrare e da salvare (o da redimere) più che sulla utilizzazione di tecniche maturate in ambienti professionali. L’impronta rieducativa del loro lavoro, l’idea della struttura che offre una possibilità di uscita da quello che era diventato nell’immaginario collettivo “il tunnel della tossicodipendenza”. Quella con cui mi sono incontrato incontrando Saman è stata una disponibilità del tutto nuova alla verifica di un’ipotesi scientifica sul percorso di terapia, un atteggiamento laico che accettava tranquillamente di mettere in discussione la sacralità dei valori su cui si fonda la vita di un gruppo comunitario, la capacità di mettere al centro le persone invece del gruppo e di considerare l’operatore di comunità come uno strumento sensibile e delicato di intervento invece che come il portatore di una pillola di verità e di giustizia da somministrare a chi aveva “sbagliato”. Permettendo lo sviluppo di una situazione in cui quello che si è tentato di realizzare è l’inserimento del percorso comunitario all’interno di una strategia psicoterapeutica di livello relazionale e sistemico. Due esempi possono essere utili a capire l’importanza di questo tipo di integrazione. Il primo, di ordine più generale, riguarda la presa in carico effettuata presso accoglienze che definiscono un progetto di intervento fortemente personalizzato. Il concetto di ciclo vitale e di fase del ciclo vitale in cui si trova (o in cui si è fermata) la persona che chiede aiuto è di fatto centrale per definire obiettivo del lavoro terapeutico, livello e obiettivi del coinvolgimento dei membri di una famiglia. Puntare sulla coppia o preoccuparsi soprattutto della famiglia di origine, mettere al centro dell’attenzione e del progetto un bambino o la necessità di riorganizzarsi intorno ad una malattia o ad un lutto significa definire, già in sede d’accoglienza, le linee di un percorso che dovrà essere sviluppato, in comunità e fuori. Con gli altri attori di quella che è comunque vicenda di un gruppo di persone. Significa sforzo di utilizzare al meglio potenzialità e risorse di un sistema interpersonale complesso. Significa inquadrare quello che avviene in comunità all’interno di un disegno di più ampio respiro. Il secondo esempio riguarda il modo in cui tipologia e livello delle tecniche di lavoro utilizzato nella conduzione del progetto si sono dovute adeguare alle esigenze di un contesto terapeutico oltre che (o prima che) pedagogico. Supervisioni centrate sul vissuto degli operatori, sulla qualità e sull’importanza delle loro reazioni al movimento transferale che anima le provocazioni o la tendenza ad idealizzarli dell’utente, hanno permesso di spostare lentamente l’attenzione dalle scelte che si dovrebbero “fare” per aiutare di più l’utente alla ricerca paziente dei piani “d’ascolto” più utili per la costruzione di relazioni realmente terapeutiche. Rendendo più difficile la fuga nel fare, nel decidere per il bene dell’altro caratteristica di tante atmosfere comunitarie e pazientemente riproponendo la necessità di restituire all’utente la sua capacità di decidere in una direzione più costruttiva, di ritornare soggetto e padrone della propria vita. Anche nei confronti della Comunità. Sta proprio nella capacità di leggere come emozionali e legati al vissuto controtrasferale gli agiti dei singoli operatori e dello staff considerato nel suo complesso, infatti, l’elemento forte di novità di un lavoro che accetta di basarsi su riflessioni di livello psicoterapeutico. Sta nella disponibilità degli operatori a mettersi in questione in quanto persone all’interno di un gruppo la possibilità di adattare il programma all’utente ed ai suoi bisogni speciali. Arricchendo di occasioni diversificate un programma unitario e ben collaudato da sempre. Quaderni di Saman vuole essere, in primo luogo, uno sforzo di sviluppare, raccontandolo, questo insieme di esperienze. In un confronto aperto con quelle proposte da altri e nello sforzo di aprire o di riaprire un dibattito sui temi più controversi con la gente che in Saman lavora e con tutti quelli che si confrontano con questo stesso tipo di problemi. Tenendoci lontani, questa almeno è la nostra ambizione di partenza, da ogni tipo di rappresentazione autoreferenziale e assicurando il massimo possibile di rigore nelle valutazioni dei risultati ottenuti. Da noi e da altri. Lavorando al tentativo difficile di dare unità scientifica sostanziale ad un discorso di ricerca reso arduo finora dalla interdisciplinarietà sistematica e necessaria degli approcci e dell’incrociarsi delle pretese egemoniche delle prospettive più chiuse. Guardando a Saman, alle sue comunità, alle sue accoglienze e ai suoi programmi come ad un grande laboratorio di ricerca: protagonisti gli utenti e gli operatori, narratori fedeli e appassionati quelli, fra loro, che sapranno riconoscere e raccontare il senso di ciò che al suo interno si sviluppa. |