Vorrei ringraziare, prima di tutto, il Comitato dell’EFTA, Juan Luis Linares e tutti voi per l’onore che avete voluto attribuirmi. Più in particolare vorrei ringraziare Luigi Onnis per le parole belle ed emozionanti che ha detto qui motivando la vostra scelta.

            Vorrei dire, subito dopo, che è molto bello per me trovarmi qui, al termine di un congresso così ben riuscito dal punto di vista della partecipazione e da quello del livello scientifico. Sono passati molti anni da quando tutto ciò sembrava un sogno impossibile da realizzare e il pensiero torna naturalmente indietro, ai tempi dei Reseaux animati da Mony Elkaim e dalla presenza straordinaria di Franco Basaglia o di Ronald Laing. Quella cui pensavamo, allora, era una psichiatria alternativa basata sull’idea per cui il comportamento disturbato di chi sta male è funzione dei contesti in cui esso si manifesta: ispirandoci alla teoria generale dei sistemi e riconoscendo a quel livello l’origine comune delle pratiche di liberazione antiistituzionale e della terapia famigliare e/o di contesto.

            Il valore e il significato politico di questo che si configurava allora come un rovesciamento completo dei modi tradizionali di fare psichiatria era molto chiaro, allora, per la gran parte di noi. Trasformare quella che si presentava come una attività volta soprattutto a normalizzare in una attività di liberazione delle risorse nascoste dietro la costrizione dei sintomi si proponeva come il compito entusiasmante dello specialista che dà il suo contributo particolare allo sviluppo di una società più giusta. Permetteva una collocazione politica estremamente chiara.

            Gli anni sono passati, tuttavia, e molte cose sono cambiate. In meglio, sicuramente, perché il movimento che allora era di pochi, è oggi un movimento forte, vivo, pieno di nuovi professionisti, aperto a tanti nuovi orizzonti. Ma in direzione di una maggiore complessità, al tempo stesso, perché gli schieramenti sono assai meno definiti e perché si ha la sensazione, spesso, di fare fatica a capire qual è il significato più generale, più ampio, del nostro lavoro. Stiamo portando avanti davvero ancora oggi un discorso importante di civiltà e di progresso?

            Sento come un’occasione importante per me quella che voi mi offrite oggi per rispondere di sì a questa domanda che non è stata espressa qui ma che aleggia, a mio avviso, in tanti percorsi di formazione, in tanti spazi di terapia. Proponendo l’idea, però, che una risposta positiva ad un quesito come questo chiede di prendere coscienza di due esigenze fondamentali.

            La prima, di ordine più pratico, è quella che riguarda la necessità di riconoscere e di “sentire” che la terapia famigliare sistemica ha dato un contributo fondamentale di crescita a quello che resta comunque il grande discorso, in cui dobbiamo riconoscerci tutti, di una psicoterapia intesa come affermazione dell’idea per cui i comportamenti disadattati della gente che sta in carcere o che vive condizioni di emarginazione e tutte le difficoltà psichiatriche (non neurologiche) del bambino e dell’adulto debbono essere comprese e curate utilizzando strumenti di ordine psicologico. E’ all’interno di questo grande fiume della cultura psicoterapeutica di cui siamo parte integrante e significativa che dobbiamo riconoscerci fino in fondo: sviluppando una battaglia culturale forte contro forme sempre più  povere e sconcertanti di riduzionismo biologizzante.

            La seconda di ordine più generale e politico, riguarda il senso stesso della pratica psicoterapeutica considerata nel suo complesso. Una pratica che deve porsi come obiettivo quello di dare voce, e voce comprensibile, a tutto quell’ insieme di persone deboli che oggi non ne hanno ancora una. Che esprimono la loro solitudine, la loro sofferenza, la loro fragilità con il sintomo, con il tratto di carattere o con l’acting-out più o meno trasgressivo. Che vanno aiutate a farlo in altro modo, parlando un altro linguaggio. Sta qui credo il compito che ci aspetta tutti e il senso profondo, politico del nostro agire psicoterapeutico.